Cop26, i social in campo per fermare la disinformazione sul clima

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La scienza prima di tutto. Dopo l’impegno per contrastare la disinformazione sulla pandemia e i vaccini, le grandi aziende tech si trovano davanti un’altra emergenza di natura scientifica: i negazionisti dei cambiamenti climatici. Nella settimana della Cop26 a Glasgow e con il mondo dell’informazione tutto concentrato, almeno per qualche giorno, su efficienza energetica, catastrofi ambientali, sconvolgimenti climatici epocali, da Twitter, Facebook, Youtube partono iniziative per garantire che sulle loro piattaforme circolino conversazioni razionali, informazioni solide e verificate, fonti affidabili. Twitter ha annunciato ieri un nuovo programma mirato al “pre-debunking” della disinformazione ambientale, cioé modifiche dell’algoritmo che espongono gli utenti a informazioni di verificata accuratezza sul tema dei cambiamenti climatici. 

Si tratta di un approccio diverso rispetto a quello adottato su Covid19 e vaccini: invece di intervenire in fase di moderazione monitorando e cancellando i contenuti fuorvianti e pericolosi, il “pre-bunk” interviene a monte, incrementando la visibilità di informazioni provenienti da esperti qualificati negli spazi di Twitter in cui l’utente va a fare ricerche, negli spazi di “esplorazione”, nelle liste dei trending topic. Questo tipo di informazione “potenziata” sarà disponibile per tutti gli utenti in arabo, inglese, giapponese, portoghese e spagnolo.

Nei nuovi “Twitter space”, le “stanze” di conversazioni audio in diretta, verranno organizzati dibattiti con personalità di rilievo nel campo della ricerca su energie rinnovabili e cambiamenti climatici. La piattaforma ha aperto una pagina dedicata alla conferenza di Glasgow con le breaking news e l’accesso a fonti qualificate. E non poteva mancare una serie di tag e emoji specificamente creati per la conferenza, come #COP26, #RaceToZero #RaceToResilience, #TogetherForOurPlanet.

La strategia “preventiva” di Twitter, che si avvarrà della collaborazione di scienziati e giornalisti esperti del settore, si interromperà dopo la conclusione della COP26 anche se Twitter assicura che il monitoraggio su queste tematiche continuerà, e saranno rimesse in atto misure di contenimento della disinformazione (di cui si prevede un picco durante la kermesse di Glasgow) se e quando essa dovesse ripresentarsi in modo allarmante. La strategia preventiva contro la disinformazione in occasione di eventi prevedibilmente controversi è ormai una prassi consolidata, dopo anni di polemiche e accuse alle aziende “Big Tech” non solo di offrire un megafono a complottisti e negazionisti, ma addirittura (come è emerso di recente nei Facebook Papers) di promuoverne i contenuti fuorvianti e pericolosi, perché producono più traffico e interazioni sulla piattaforma, e dunque sono più redditizi.

Anche Facebook si è mossa in anticipo sulla Cop26 e a settembre ha annunciato una serie di misure di contrasto della disinformazione sul clima. Tra queste, un’iniezione da un milione di dollari in un programma di fact-checking in collaborazione con agenzie specializzate, e l’espansione del Climate Science Center, un’iniziativa partita l’anno scorso per diffondere informazione attendibile sui cambiamenti climatici. Appare invece destinata ad avere un impatto più diretto l’iniziativa di Google, annunciata un mese fa, di una nuova policy della monetizzazione dei contenuti diretta a “chi pubblica pubblicità su Google, agli editori e ai creatori di Youtube” che “proibisce la pubblicità, e la monetizzazione, di contenuti che contraddicono il consenso scientifico riguardo l’esistenza e le cause dei cambiamenti climatici”.

Youtube era finita al centro delle polemiche nel gennaio scorso dopo che un’inchiesta del gruppo nonprofit di attivismo digitale Avaaz aveva fatto emergere un grande giro d’affari di pubblicità intorno a video negazionisti e pieni di disinformazione sui cambiamenti climatici. Lo studio aveva identificato una serie di video con oltre 21 milioni di visualizzazioni che venivano proposti agli utenti dopo la ricerca di termini come “cambiamenti climatici”, “riscaldamento globale” o le teorie del complotto circa la presunta “manipolazione climatica”. Nei video si sostiene che i cambiamenti climatici sono una truffa, un’invenzione, si negano le basi scientifiche del surriscaldamento del pianeta o si nega l’impatto delle emissioni di gas serra dai combustibili fossili e di altre attività umane. “Negli ultimi anni abbiamo sentito direttamente da un numero crescente di nostri partner pubblicitari e creatori di contenuti la preoccupazione di vedere promossi con la pubblicità dei contenuti non accurati riguardo ai cambiamenti climatici”, ha detto Google. “I pubblicitari non vogliono che i loro spot compaiano vicino a questi contenuti. E gli editori e i creatori non vogliono che pubblicità contenenti queste tesi compaiano sulle loro pagine e nei loro video”.

La sfida non è semplice: a differenza di quel che accade per la propaganda no vax sul Covid19, in cui l’avversario principale è “Big Pharma”, nel caso del negazionismo climatico le principali fonti di disinformazione sono le grandi aziende, soprattutto del settore petrolifero e del gas. Tanto che è partita una corsa al distanziamento da questo settore produttivo, in termini di promozione e immagine, che, scriveva qualche settimana fa il New York Times, ricorda un po’ le campagne antifumo di qualche decennio fa. “Si moltiplicano gli appelli affinché queste industrie non possano fare campagne di affissione nelle città o sponsorizzare gli sportivi”. Greenpeace Usa e altri gruppi ambientalisti hanno presentato un reclamo formale presso la Federal Trade Commission accusando Chevron di “offrire in modo sistematico un’immagine di sé falsata, come azienda attenta al clima e alla giustizia razziale, quando invece tutte le sue operazioni si basano sullo sfruttamento di combustibili fossili inquinanti”. Exxon, riporta il Nyt, è stata denunciata più volte dai democratici per l’utilizzo fraudolento di pubblicità ingannevoli circa i cambiamenti climatici. E anche nell’editoria giornali e riviste scientifiche, come il British Medical Journal e The Guardian, cominciano a rifiutare la pubblicità delle industrie che sfruttano combustibili fossili.

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