Cop26, migliaia di giovani in corteo con Greta Thunberg: “È chiaro che il summit è un fallimento”

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GLASGOW –  “È chiaro a tutti che la Cop26 è un fallimento”. Tra applausi e urla di approvazione di migliaia di seguaci e ambientalisti, Greta Thunberg affonda ancora una volta il cruciale vertice del clima di Glasgow, dal palco in George Square, dopo una marcia di alcuni chilometri nel centro della città scozzese. L’attivista e star svedese contro il cambiamento climatico non lascia scampo agli accordi su deforestazione, metano e carbone annunciati in questi giorni alla Cop26, allargando ancora di più il solco tra i lavori all’interno dello Scottish Event campus dove si tiene il summit. 

Dopo le accuse di “festival di greenwashing” di ieri (ossia promesse farlocche di finanza, banche e istituzioni per “ripulirsi la reputazione”) e “l’evento più esclusivo di sempre sul clima”, Thunberg è tornata all’attacco di leader e negoziatori: “Sono soltanto bei discorsi per nascondere parole vuote e bla bla bla”, diventato oramai un mantra e un motto di tutti, qui in Scozia tra manifestanti e ambientalisti, dopo averlo pronunciato per la prima volta a Milano qualche settimana fa durante la Cop dei giovani. 

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Secondo Thunberg, non si può affrontare la minaccia del cambiamento climatico “con gli stessi metodi che hanno portato il mondo a doverla affrontare”. Non solo. La giovane svedese accusa leader e delegati di fornire volontariamente “cavilli e statistiche incomplete degli accordi annunciati”, tutto ciò, secondo Greta, “per salvaguardare il business e lo status quo”. È un grido forte e pugnace, dunque, quello che arriva dalle strade e dalla piazza di Glasgow, mentre dentro il campus i negoziatori stanno discutendo giorno e notte per cercare di arrivare a una sintesi accettabile che si avvicini quanto più possibile all’obiettivo campale, ossia il contenimento dell’aumento della temperatura a +1,5 °C nei prossimi decenni. La soglia per cui, secondo gli scienziati, potrà essere salvato il pianeta e il futuro delle prossime generazioni. 

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Ma secondo Thunberg, “i leader non stanno facendo nulla”, ha detto a una folla di migliaia di persone che ha risposto con roboanti applausi. “Sembra che il loro obiettivo principale sia continuare a lottare per lo status quo”, ha concluso poi Greta, alla fine della manifestazione di Fridays for the Future partita stamattina da Kelvingrove Park, alla quale hanno partecipato moltissimi ragazzi, teenager e bambini, ma anche adulti e genitori. Tutti, qui in strada, sono con Greta, accolta da star come sempre e scortata da un servizio di sicurezza monstre, con decine di ragazzi e volontari che l’hanno protetta costantemente da media e seguaci. 

La storia

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Critico anche l’altro giovane astro nascente dell’ambientalismo mondiale, ossia la 24enne ugandese Vanessa Nakate, che ha parlato dal palco di George Square un’ora prima di Greta: “Quanto dovrà passare prima che i leader delle nazioni capiranno che la loro inazione distrugge l’ambiente? Siamo in una crisi, un disastro che avviene ogni giorno. L’Africa è responsabile del 3% delle emissioni storiche, ma soffre il peso maggiore della crisi climatica. Ma come può esserci giustizia climatica se non ascoltano i paesi più colpiti? Noi continueremo a lottare”.

A tal proposito, un nuovo rapporto lanciato oggi da Oxfam denuncia come nel 2030 le emissioni di CO2 prodotte dall’1% più ricco dell’umanità saranno 30 volte superiori a quanto sostenibile per contenere l’aumento delle temperature globali entro 1,5°C.  Le emissioni del 50% più povero sono destinate a restare ben al di sotto della soglia di guardia. Senza una radicale inversione di rotta tra meno di 10 anni, secondo Oxfam, le emissioni prodotte dal 10% più ricco potrebbero portare il pianeta al punto di non ritorno indipendentemente da quello che farà il restante 90% dell’umanità.

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Da stasera, dopo le accuse di Thunberg, la pressione su leader e negoziatori è abnorme. E domani ci sarà un’altra manifestazione ambientalista con molti più gruppi coinvolti, che potrebbe radunare decine di migliaia di persone per cui questa Cop26, come sostiene Greta, è un fallimento. Eppure, dopo gli annunci sulla deforestazione e gas metano dei giorni scorsi, ieri ne sono arrivati altri due dalla Cop26. Il primo sullo stop a investimenti in combustibili fossili all’estero dal 2022 che l’Italia ha firmato all’ultimo dopo tentennamenti nel governo. Il secondo è quello sul carbone, che, con il 35% di energia mondiale che fornisce e la sua enorme quantità di emissioni nel mondo, è il principale responsabile del climate change.

“Ma la fine del carbone è vicina”, ha esultato ieri Alok Sharma, il presidente della Cop26, il cruciale vertice del clima in corso a Glasgow. Questo perché ora ci sono altri 23 Paesi, tra cui Indonesia, Corea del Sud, Vietnam, Cile, Ucraina e Polonia (l’Ue ringrazia), che si sono impegnati a rinunciare al carbone e non finanziare nuove centrali. Per le nazioni più ricche, questi obiettivi dovranno essere raggiunti negli anni Trenta di questo secolo (l’Italia si era già impegnata entro il 2025) mentre quelli in via di sviluppo potranno prendersi un decennio in più. 
 

Promesse incoraggianti, ma che ovviamente dovranno essere concretizzate. Per esempio l’Indonesia è il più grande esportatore di carbone al mondo e questo è la fonte del 68% della produzione energetica nazionale. Perciò Giacarta sarà tra i primi, insieme a Sudafrica e Filippine, a ricevere parte dei 100 miliardi promessi ai Paesi in via di sviluppo per la transizione verde. L’altro dubbio, che scatena le critiche di associazioni come Greenpeace, è che in questo patto contro il carbone mancano i più grandi responsabili mondiali delle emissioni, vedi Cina e India, che attualmente ospitano la metà delle 2600 centrali a carbone in attività o in costruzione nel mondo. Assenti dal patto anche gli Stati Uniti. Insomma, tutto questo per Greta è assolutamente e insufficiente. E alla fine della Cop26 manca oramai solo una settimana.

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