Coronavirus, gli italiani se ne infischiano e vanno tutti al mare: agosto Covid mio non ti conosco

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Renato Farina 01 agosto 2020

Il convento è povero, ma i frati sono ricchi – ha scritto Feltri. E i ricchi che fanno a Ferragosto? Vanno in vacanza. Sarà forse un problema serio per l’Italia che il povero Pil sia caduto del 12,9% nell’ultimo trimestre a causa del Covid, ma gli italiani se ne devono essere fatta una ragione e hanno retto il colpo. Costoro, che poi saremmo noi – anche se preferiamo considerare italiani da statistica quelli del Suv in coda sulla corsia accanto – forse per asciugare in spiaggia il fazzoletto intriso di lacrime lamentose, in valigia abbiamo piegati gli asciugamani da spiaggia, riposto pinne e mascherine. Mascherine da sub, sia chiaro, perché quelle della protezione civile ormai, nonostante i giusti richiami di Mattarella a non esporre il prossimo al virus, appartengono ai reperti archeologici insieme a Burioni.

Il fenomeno della transumanza italica verso le coste e vero le cime, che abbiamo or ora descritto, è visibile a occhio nudo, ma trova riscontro in dati istituzionali. L’Enit (Ente nazionale italiano del turismo) ha comunicato che nella settimana di Ferragosto, tra il 10 e il 16 di questo mese, l’Italia per la prima volta da un decennio fa meglio della Spagna con il 79% delle disponibilità di offerte online già «vendute» mentre il Paese iberico è al 72%. C’è il tutto esaurito nelle maggiori destinazioni balneari: a Rimini l’80% dei posti letto risulta prenotato, l’81% a Ravello sulla costiera amalfitana, l’86% a Cavallino-Treporti in Veneto, il 94% nel Cilento (Campania) ed il 98% nel Salento (Puglia).
In Sicilia pare che oltre ai tunisini arrivati con il cane barboncino e il barchino, ma senza prenotazione, siano attesi in massa i nostri connazionali che solitamente prediligevano Spagna, Croazia e Isole Greche, o magari l’Africa e New York o Miami. La scelta della meta nei confini nazionali è un sintomo di saggezza. Nel senso della salute e in quello della solidarietà fraterna. Essendo stato il settore terziario, specie quello turistico, completamento sguarnito di clientela e dei conseguenti introiti per i lunghi mesi di confinamento domestico e regionale, gli italiani hanno manifestato un po’ di sano patriottismo, come consigliato con sobri concetti domenica scorsa, su tutti i quotidiani con un appello a pagamento, da Diego Della Valle. Del resto siamo stati tutti confortati dallo scemare dei numeri di contagi e morti da Coronavirus, e sono piaciuti a tutti i virologi che hanno spiegato come il Covid-19 prosperi appunto a 19° mentre sopra i 30°, specie sulle spiagge ventose e nelle acque salate, tenda a crepar lui invece che a far morire i cristiani.
ALTRI STANNO PEGGIOOltre tutto non è che ci siano alternative forestiere rassicuranti: il nostro Sud è stato preservato, mentre ci son Paesi tuttora infestati dalla pandemia: a Barcellona, in certe zone della Francia, nei Balcani, Stati Uniti, Messico, Brasile e Paesi esotici dell’Asia, il Corona gira indisturbato armato di bazooka. Abbiamo detto delle nostre coste presto gremite, dove stanno arrivando, dopo aver disdetto le prenotazioni, tedeschi e austriaci, che adesso constatano il minor rischio di ammalarsi da noi rispetto alla concorrenza. Stesso discorso per gli svizzeri. Anche la montagna italiana vede le destinazioni alpine, di lusso o a buon mercato, non più disponibili all’84%, che è un dato eccezionale, in competizione con le Alpi francesi (87%) che di solito ci surclassavano. Certo, calano i passeggeri transitanti da aeroporti, ma la cosa è spiegabile per la confusione sulle notizie riguardo a bagagli e cappelliere, Alitalia che esiste oppure no, voli annullati e non rimborsati, ecc.
Ma l’auto con il condizionatore ce l’abbiamo tutti oramai, e si va. Pure il treno si presenta, grazie alle norme di distanziamento, più comodo che mai. Tutto fa vacanza. C’è una ragione specifica però, oltre al pensiero consolante di spassarsela e di essere pure altruisti per l’obolo elargito ad albergatori e noleggiatori di pattini, per cui gli italiani (in maggioranza) partono senza avere scrupoli, rimandando il piagnisteo a settembre. I mesi del Covid, trascorsi per molti senza lavorare anche se ufficialmente risultavano impegnati nello smart-working (figuriamoci), hanno incrementato i già cospicui risparmi delle famiglie. Il 71% dei percettori di reddito non ha visto intaccate in alcun modo le proprie entrate anche durante la fase più acuta del coronavirus. Il 29 % – settore terziario, cassintegrati – ha sofferto alquanto. In compenso il 39% dei cittadini è uscito dal blocco domestico in condizioni più floride, al punto che la liquidità è cresciuta in Italia di 34,4 miliardi nei tre mesi della pandemia.

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CHI CI RINUNCIA?Certo, in tanti tra noi potremmo in realtà metterci una mano sulla coscienza, e rinunciare alla villeggiatura per senso del dovere e del Pil. Penso ai tre milioni di statali che hanno passato questi mesi (non) lavorando da casa, essendo forniti pure dei buoni pasto. Magari una bottarella di pratiche smaltite in agosto in tribunali o ministeri, qualche oretta magari a sole nascente o calante che fa più fresco, sarebbe gradita. Tirerebbe su il morale del restante popolo e permetterebbe di lasciar riposare un po’ i divani e sprimacciare i guanciali, ma come si fa a rinunciare alla tintarella? I frati (italiani) sono ricchi, dicevamo. L’Italia è in bolletta invece. Vanta – si fa per dire – un debito pubblico di 2.500 miliardi di euro circa. Stante lo scivolamento in giù del Prodotto interno lordo significa che siamo al 160% di deficit accumulato rispetto al Pil.
Una robaccia pericolosa che ci costringe a ricorrere a prestiti e a perdere sovranità per dare garanzie ai creditori. In compenso la ricchezza della famiglie italiane è monumentale. In totale, secondo un’indagine congiunta di Istat e Banca d’Italia, ammontava a 9.743 miliardi di euro l’anno scorso, e quest’ anno è persino cresciuta. Quanto a beni mobili (conti corrente, fondi finanziari) il malloppo è di 4.374 miliardi. Il patrimonio immobiliare (case e terreni) è valutato 5.246 miliardi. E con ‘sto caldo, e ‘sti risparmi, fesso chi lavora. O no?

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