Coronavirus Roma Io ricoverato con Paolo un gesto damore normale verso mio zio con la sindrome di Down

Coronavirus Roma, “Io ricoverato con Paolo, un gesto d’amore normale verso mio zio con la sindrome di Down”

La Republica News
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Il pugno levato al cielo di Paolo e le braccia alzate di Matteo, al fianco di un letto di terapia subintensiva, protetti da un lungo camice, mascherina e cuffia, raccontano insieme la devastante potenza del virus e la forza per liberarsene. Ma anche l’amore tra uno zio e il nipote. E la scelta di quest’ultimo di non lasciare solo in corsia il fratello di mamma Patrizia, affetto da sindrome di Down. La lotta contro il nemico invisibile per Matteo Merolla, 29enne agente immobiliare romano, già asintomatico positivo al coronavirus, comincia il 3 novembre scorso quando accompagna d’urgenza lo zio, Paolo Rocchi, 49 anni e disabile non autosufficiente, al Policlinico militare del Celio.
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” Da giorni – ricorda Matteo – zio Paolo lamentava febbre alta, oltre i 38 gradi ” . Le sue condizioni si sono rapidamente aggravate: ” Piangeva stremato dalla tosse che non gli dava tregua, respirava poco e male, gli girava la testa, era fisicamente debole: il virus lo aveva già attaccato ” . Tanto che i medici gli hanno riscontrato subito una grave polmonite. Aggravata dal fatto che “quando era piccolo gli è stata asportata una grossa porzione di un polmone”. Seppur con sintomi lievi, Matteo non ci ha pensato due volte ad assistere Paolo e a farsi ricoverare con lui. ” Il primario dell’ospedale ha acconsentito. E noi due, pur di stare insieme, abbiamo cambiato stanza più volte. Io, una settimana dopo il ricovero potevo già essere dimesso e completare la mia quarantena a casa, guardando serie Tv su Netflix o mangiando sushi”.
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Ma il dovere di accudire lo zio, per il nipote è stato più forte: ” Viveva con la maschera dell’ossigeno 24 ore su 24 e di queste almeno 3 le passava piangendo. Non capiva perché si trovava lì, in quello stato”. A sostenerlo, le cure del nipote e dell’équipe dell’ospedale: ” Lui era diventato la mascotte del reparto ” . Dimessi entrambi mercoledì scorso, di quei 15 giorni tra le mura di un ospedale Covid, Matteo ricorda “la paura negli occhi di Paolo” ma anche il suo “e vai” dopo aver tolto la maschera dell’ossigeno; l’assordante rumore dei macchinari, ” giorno e notte ” ; le lamentele dei pazienti ricoverati e le voci di medici e infermieri che dicevano ” respira, forza, tirati su”. Frasi, ripetute come un mantra, che Matteo non riesce proprio a dimenticare. “Lì, ho conosciuto anche un ragazzo che qualche giorno dopo è stato spostato in terapia intensiva. Altro di lui non ho più saputo ” . Anche se era stanco o stressato, Matteo non ha mancato di assistere lo zio h24: “Le sue condizioni – dice – non mi davano tregua. Si distraeva soltanto quando era alle prese col calciomercato, una sua grande passione, o quando riusciva mangiava ” . E in una di queste pause Matteo è riuscito a vendere una casa da remoto: ” La mia prima conquista fatta dal letto di un ospedale “, ammette col sorriso.
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Il legame tra i due è forte: ” Paolo mangia a casa nostra quattro volte a settimana. Ama il buon cibo. I medici e gli infermieri questo lo sapevano e lo coccolavano con caramelle e barrette di Twix. Ma lui voleva i supplì ” . Una richiesta che è stata accudita subito dopo le dimissioni. ” La sera che siamo tornati a casa, io e mamma glieli abbiamo fatti trovare. Ha gioito. Oggi ha già chiamato: vuole il riso con i funghi”. Quello che il nipote ha fatto per lo zio, “non è nulla di straordinario ” . Per Matteo ” quando si ama qualcuno, bisogna solo ascoltare il cuore. Anche se ti porta in una stanza d’ospedale”.


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