“Così il M5s usa l’anticasta per far soldi”: l’accusa di Alessandro Giuli ai “grillini arricchiti”

Libero Quotidiano News

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Alessandro Giuli 28 settembre 2020

Si sospettava da tempo che dirsi o farsi grillini fosse meglio che lavorare. Adesso il caso di Pasquale Tridico, col suo stipendio raddoppiato alla presidenza dell’Inps, non fa che confermare la desolata verità della “casta degli anticasta”: un Movimento nato per moralizzare la politica e la società italiane trasformato in pochi anni nell’ascensore sociale di una nomenclatura altrimenti inoperosa e nullatenente. Salvo rare eccezioni che non citeremo per risparmiare altre purghe, il bilancio sui grillini arricchiti è degno di un’armata Brancaleone che ce l’ha fatta.

A cominciare da Luigi Di Maio, leader non più ufficiale ma pur sempre proiezione in chiaroscuro del capriccioso disegno d’un comico genovese. L’attuale ministro degli Esteri è sin troppo noto come il bibitaro del San Paolo venuto da Pomigliano e atterrato nella bambagia dei voli di Stato senza soluzione di continuità, sconosciuto agli annali della fatica. Come lui, del resto, la vice ministra dell’Economia, Laura Castelli, commercialista mancata e addetto alla sicurezza presso lo Stadio Comunale di Torino. Come loro, l’attuale presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, frequentatore saltuario del lavoro come operatore turistico e di call-center o importatore di tessuti.
E via così, attraversando i curricula esangui di un certo venuto dal nulla pretendendo tutto e ottenendo il giusto per svoltare la mesata. Quella della senatrice Paola Taverna, per esempio, che faceva la segretaria con diploma di perito aziendale; quella della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, esperta d’inesperienza nei colabrodo del welfare denominati centri per l’impiego; quella di Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia meglio noto come Dj Fofò. E che dire poi del caro Alessandro Di Battista, il solo coerente grillino tornato al nastro di partenza: ozioso flâneur in motocicletta guevarista, vittima di un’illusoria rivoluzione tradita nonché paninaro balneare dedito alla scrittura intermittente nell’attesa di una seconda chance.
SENZA RITORNONon fraintendete: non è in questione il diritto di farsi una posizione venendo da oscuri natali politici e professionali; e nemmeno la fatalità storica di ritrovarsi l’incompetenza al potere laddove un tempo cresceva l’erba in cui pascolavano i tecnici bocconiani imposti da Bruxelles. No. Qui si tratta di ammettere che la spettacolare metamorfosi del grillismo era già inscritta nel codice genetico di un’avventura senza ritorno. Certo, ci sono anche figure di boiardi beneficati senza averne bisogno, come il bispremier Giuseppe Conte il cui narcisismo veniva appagato da una preesistente agiatezza avvocatesca e universitaria; per non parlare dei convertiti rimasti al loro posto d’inquilini del privilegio con un semplice cambio di casacca.
Il punto è che mai come oggi il decorso parassitario del grillismo si manifesta come l’esito di un processo irreversibile. Senza voler risalire alla patologia giustizialista di Mani Pulite per spiegare la bruciante crisi della cosa pubblica speculare all’ascesa grillina, basterebbe ricordare che certe premesse sono state poste dai loro stessi nemici, adesso alleati peraltro. La debolezza delle destre incattivite e la cattiva coscienza delle sinistre benestanti hanno innescato la torsione delegittimante del parlamentarismo e dei corpi intermedi, della rappresentanza e dell’esperienza, della ragione e della mediazione. Che sono l’essenza del retto agire politico.
Dall’abolizione dell’immunità parlamentare alla riforma della pubblica amministrazione operata dalla ministra renziana Marianna Madia (quella che espelle i manager in età pensionabile dal circuito delle dirigenze di Stato, in uno Stato percorso dalle scorribande dei mediocri), c’è un preciso filo giallorosso che disegna i contorni di una finta “questione morale” permanente alla quale siamo finiti ammanettati. Il latrato degli anticasta è valso nel 2018 un 33 per cento di consensi esulcerati dal consociativismo, dissipati nel breve abbraccio con il sovranismo leghista, quindi mutati come il virus responsabile di un’esiziale sindrome autoimmune. Infine gli eredi del socialismo in un solo Paese – prima l’Unione sovietica, poi l’Unione europea – hanno incontrato e intronato un lumpenproletariato impolitico popolato per la maggior parte dalle cavallette della casta anticasta

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