Cosi in tutto il mondo si reinventa il Natale

Così in tutto il mondo si reinventa il Natale

La Republica News
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“Quest’anno sono stato un bambino (penso) bravo (tutto sommato) ed è per questo che ti chiedevo se puoi portarmi qualche dono. Poi vedi tu quello che puoi fare”. Fabrizio ha scritto la sua letterina per Santa Lucia, ma – a causa delle restrizioni per la crisi sanitaria – non potrà portarla nella chiesa che, a Bergamo, è dedicata alla santa. La missiva l’ha raccolta “L’Eco di Bergamo”: nell’anno doloroso che l’ha costretta a pubblicare migliaia di necrologi, la redazione ha deciso di radunare le lettere dei bambini e di dare voce ai loro desideri in queste festività surreali. Diventando una sorta di speciale tramite cartaceo. D’altra parte, in tempi di contatti limitati fra umani, non è facile avvicinare, se capita, nemmeno Babbo Natale. E la questione è di portata planetaria. “Che fai se un bambino ti corre incontro e ti abbraccia di punto in bianco?” si domanda Frank N., Pennsylvania, che da anni indossa l’abito rosso (la barba sembra sua) e adesso deve fare i conti con impensate sfide logistiche. Racconta al “Philadelphia Inquirer” le emozioni “pesanti e contrastanti” che sta vivendo. È preoccupato per i suoi colleghi più anziani e in sovrappeso, o per quelli che hanno deciso di gettare la spugna. È il caso di Ed T., che di solito nel periodo natalizio raggiunge Los Angeles per apparire nei centri commerciali e che quest’anno resterà a casa nel sud dell’Oregon. Chi non si rassegna alle barriere di plexiglas o alla distanza minima di sei piedi si è organizzato con le videochiamate su prenotazione: “Incontrare i bambini virtualmente significa parlare di più”. Le chiamate durano in media sette minuti, il doppio di un incontro al centro commerciale. Il plexiglas è desolante; meglio vedersi attraverso uno schermo: “I bambini non possono sedersi sulle tue ginocchia, ma almeno puoi sentire i loro desideri”. 

La parola chiave è quella: desideri. E lo è anche per gli adulti. Puoi sbuffare, accusare cefalee e attacchi di panico, eccitarti per il clima festoso oppure disperarti e non vedere l’ora che passi, ma il 25 dicembre eccolo lì: troneggiante, col suo enorme valore simbolico (e commerciale), inaggirabile. Nell’anno in cui per miliardi di persone sarà ristretto, ridimensionato, si avverte una strana voglia di Natale. Perfino stizzosa, quando non apertamente anarchica, commovente e patetica insieme. Inopportuna? C’è chi la giudica tale. In verità umana, troppo umana – come la buffa lettera spedita al “Guardian” qualche giorno fa da un lettore di un piccolo paese dell’Herefordshire. Joe C. propone di rinviare il Natale in primavera. “Per molti, questo dicembre sarà un momento di preoccupazione, non di gioia”.Tanto vale pensarci più avanti, senza neve e senza renne: “con il cambiamento climatico la transizione era già in corso”. Nel frattempo, nel Regno Unito si registra un’impennata nelle vendite degli abeti: le aziende agricole prevedono che dai consueti otto milioni si potrebbe arrivare a dieci. Miss Perry, dell’associazione coltivatori, è convinta che le ragioni siano il minor numero di viaggi e il maggior numero di piccoli raduni familiari. “Casa tua è il tuo castello, quest’anno più che mai”. La pensano così anche gli iscritti a un club di Odessa, in Delaware, pronti a organizzare i consueti tour cittadini fra le dimore storiche decorate a festa. Solo che il tema di quest’anno è “Inside Out”, tutti sono invitati a dare il meglio sugli addobbi esterni, perché non si potrà entrare, e tutto si svolgerà all’aperto. “Il Covid non ha cancellato il Natale. Sarà solo diverso”. Si tratta in effetti del gigantesco sforzo globale di reinventare una tradizione. Timo S., in un quartiere di Colonia, Germania, ha messo in atto un servizio di consegna a domicilio di vin brulé, con autisti vestiti da Babbo Natale. I tradizionali mercatini nordici sono vietati. Ma un venditore di vin brulé di Colonia, o la titolare di un negozio a tema a Shrewsbury, la città natale di Darwin, preoccupata dal novembre perduto e dagli acquisti online; o ancora, un commerciante di lanterne tipiche a Manila vivono lo stesso spaesamento. Sato L., che ha la sua bottega in via Granada, nella capitale filippina, dice che le vendite non vanno bene come gli altri anni, ma vuole essere ottimista. Non sarà il peggior Natale: certo non come quello del 1941, quando la città fu bombardata, o come nel periodo dell’occupazione giapponese.È una festa che non si può cancellare, e per dimostrarlo – non ai cinici, ma ai bambini – un’infermiera di Calgary, Canada, Lisa F. si è messa a scrivere una storia in cui un “elfo della scienza” dà una mano a un Babbo Natale scoraggiato. Una delle illustrazioni è opera di una bambina di quattro anni con un difetto cardiaco e la metà dei diritti sarà destinata all’ospedale pediatrico di Alberta. Sarà in corsia, come sempre e più di sempre, il Natale più duro: per i pazienti e per gli operatori sanitari. Dalle parti di Manchester una generosa pasticcera, Rosie D., ha fatto recapitare al Royal Bolton Hospital una torta di quasi due metri. Un capolavoro: rappresenta un’infermiera che abbraccia Babbo Natale. “Poiché non possiamo abbracciarci, ho pensato che sarebbe stato carino che almeno Babbo Natale abbracciasse al posto nostro chi lavora in ospedale”. Mentre saremo seduti in cerchio, pochi o tanti, con i nostri cappellini di Natale “possiamo chinare il capo e fare una preghiera”. Scrive così Adam Kay, medico e autore comico inglese, in un libro appena uscito, Di turno la notte di Natale (Mondadori): “Per ringraziare tutte le persone che a mezzanotte, mentre i vostri sensi si arrendono al coma postprandiale, tornano a casa e tirano fuori dal frigo gli avanzi del cenone. O meglio ancora, possiamo fargli sapere quanto gli siamo riconoscenti”. 


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