Covid-19: diventerà endemico e non farà più paura

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Succederà, prima o poi. Succederà che Covid-19 diventerà un malanno stagionale, poco più che un raffreddore per alcuni, o una malattia più pericolosa come l’influenza per altri. Ma pur sempre una faccenda gestibile, parte integrante delle nostre vite, non troppo impattante sulla quotidianità, sugli affetti, sull’economia. Almeno – non bisogna dimenticarlo – nella metà ricca del mondo. “Sars-CoV 2 diventerà un virus endemico, ne sono certo. Il punto è capire quando”, conferma, infatti, Pierluigi Lopalco, ordinario di Igiene all’Università del Salento. E il quando dipenderà da molti fattori.

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Per capire quanto sarà lunga la strada per arrivare a questo traguardo, è bene innanzitutto chiarire cosa si intende per endemia. “Possiamo definire endemico un virus che si diffonde in una popolazione in modo costante nel tempo, senza presentare particolari picchi di frequenza”, continua Lopalco. Una malattia endemica può comunque presentare le cosiddette recrudescenze epidemiche, quando cioè il virus genera ogni tanto dei focolai o degli aumenti epidemici per poi rientrare in una “normale” circolazione tra la popolazione. La maggior parte dei virus si comporta in questo modo, tanto da essere definiti “stagionali” nella misura in cui non hanno grande circolazione nel corso dell’estate o della primavera e diventano invece più evidenti in autunno e in inverno. Una classica malattia endemica stagionale è, per esempio, il raffreddore: un coronavirus – non a caso – che è sempre in circolazione ma che quando fa freddo e si passa più tempo in ambienti chiusi ha una maggiore possibilità di essere trasmesso da un individuo infetto all’altro, creando quindi dei focolai.

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Se il Sars-CoV 2 si comporterà sempre più come un virus stagionale è però ancora oggetto di dibattito. Se da un lato è chiaro, come sottolinea, su The Scientist, Sen Pei, epidemiologo della Columbia University di New York, che non dobbiamo fare affidamento sul clima per sperare scompaia, dall’altro è probabile che il fattore climatico sia una delle tessere da tenere in considerazione quando cerchiamo di completare il grande puzzle della diffusione di Covid-19.

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In un articolo pubblicato su Nature nel giugno di quest’anno, Pei e i suoi colleghi hanno, per esempio, stimato che gli effetti combinati di una temperatura compresa tra i 20 e i 40 gradi, una bassa umidità e scarsa radiazione ultravioletta sono stati in grado di spiegare il 17,5% della trasmissione di Sars-CoV 2 in 2.669 contee degli Stati Uniti da marzo a dicembre 2020. Queste condizioni climatiche sono state, insomma, associate all’Rt, inteso come numero medio di nuove infezioni causate da una singola persona infetta, date le misure di sanità pubblica in atto, in una popolazione in cui si presume che tutti siano suscettibili. Oltre al meteo, però, a determinare la diffusione del virus c’è tutto il resto, ossia le misure di contenimento adottate dai diversi governi, dal lockdown alla didattica a distanza, dal distanziamento sociale alle mascherine obbligatorie e così via.

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Uno studio condotto invece da Xavier Rodò, climatologo del Barcelona Institute for Global Health che da tempo studia il rapporto tra i fattori climatici e la diffusione di malattie come colera, malaria e influenza, ha individuato una forte correlazione tra la temperatura, l’umidità e i casi di Covid-19, soprattutto nelle prime due ondate pandemiche in Lombardia, Turingia (Germania) e Catalogna. Secondo Rodò, il virus sembrerebbe diffondersi con maggiore facilità in condizioni che definiamo invernali: basse temperature, poca umidità e poco sole. Ma lo stesso ricercatore sottolinea come anche in questo caso l’influenza dei fattori meteorologici sia solo la punta dell’iceberg. Il grosso lo fa soprattutto il comportamento delle persone, data la natura della malattia e il modo in cui si trasmette il virus. Tuttavia, almeno a certe latitudini (essenzialmente nei climi temperati), le condizioni climatiche potrebbero diventare col tempo uno dei principali fattori da considerare per migliorare il contenimento della malattia, sempre se i livelli di trasmissione nella popolazione sono bassi.

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Nell’eventuale processo di endemizzazione, tuttavia, il ruolo principale lo avremo noi, intesi come persone in grado di rallentare la circolazione di Sars-CoV 2 attraverso la vaccinazione. “Finché la popolazione è completamente suscettibile e scoperta dal punto di vista immunologico, il virus trova un terreno vergine, per così dire, e si diffonde secondo grandi ondate pandemiche per tutto il pianeta”, continua Lopalco. Ma con il tempo assisteremo a ondate cicliche sempre meno evidenti, e la diffusione sarà simile a quella di tutti i virus respiratori che conosciamo. “Anche prima di Covid-19 dovevamo fare i conti ogni anno con le polmoniti virali. E pneumologi e infettivologi lo sapevano bene: c’erano anni in cui aumentavano, e altri in cui si verificavano pochi casi, secondo una tipica circolazione endemica del virus”, aggiunge l’esperto. Le impennate di infezioni sono dovute al fatto che nel corso degli anni si accumula una popolazione suscettibile al virus, oppure perché emerge un ceppo mutato che quindi incontra sulla sua strada più persone che hanno perso l’immunità. In sostanza è quello che accade oggi con le varianti di Sars-CoV 2.

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In questo senso potremo parlare di endemia quando raggiungeremo un equilibrio tra il numero di persone immunizzate (naturalmente o grazie al vaccino) e le mutazioni del virus. “Questo bilanciamento implica che l’emergenza di un ceppo un po’ più contagioso infetterà quella piccola quota di persone non immune (cioè che non ha avuto la malattia e non si è vaccinata) e parte di quella grande quota che invece ha avuto la malattia o si è vaccinata», aggiunge Lopalco. Lo sappiamo: né l’infezione naturale né la vaccinazione assicurano una copertura del cento per cento. Ma è facile capire che se abbiamo il cento per cento di persone che sono immunizzate artificialmente o naturalmente, la circolazione del virus è lenta. E questo è il nostro obiettivo: rallentare. Cioè, dice Lopalco, “fare sì che su dieci persone che entrano in contatto con il virus, solo una abbia una protezione parziale, oppure due che però saranno contagiose per due giorni anziché per dieci. Questo significa rallentare la circolazione del virus”.

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E allora quando potremo dire che l’epidemia è diventata un’endemia? Secondo Joshua Petrie, epidemiologo della University of Michigan School of Public Health, in alcune regioni degli Stati Uniti la malattia Covid-19 potrebbe essere classificata come endemica già nel 2022. Ma il Sars-CoV 2 non si ferma certo ai confini, e dobbiamo fare i conti con aree del pianeta nelle quali la copertura vaccinale è ancora troppo bassa. “Il rallentamento della circolazione dipende dal rapporto tra il numero di persone immunizzate e le mutazioni del virus”, continua Lopalco. Se la circolazione del virus è veloce, la probabilità di generare varianti nuove è molto più elevata nell’unità di tempo. È un fatto probabilistico: se ci sono milioni di infezioni in una determinata unità di tempo, è chiaro che la probabilità che emerga una variante più contagiosa diventa concreta. Se invece di un milione sono centinaia di migliaia, si riduce di molto la probabilità che emerga una variante. Quindi si può aiutare la progressione verso l’endemia solo con la vaccinazione (o con l’infezione naturale, che però lascia dietro di sé una scia di morti), aspettando che il virus faccia la sua storia.

Ma il futuro di Sars-CoV 2 dipenderà anche da un altro fattore: il serbatoio animale. Sappiamo già che il virus ha probabilmente avuto origine nei pipistrelli, e che è passato agli esseri umani attraverso un ospite intermedio. Sappiamo anche che può infettare diverse specie, tra cui gatti, conigli e criceti. È particolarmente infettivo nei visoni, e le epidemie di massa negli allevamenti danesi e olandesi hanno provocato una strage di animali. “Se il virus si stabilisse in una popolazione di animali selvatici e da lì potesse spostarsi sugli umani diventerebbe molto difficile da controllare”, commenta per esempio l’epidemiologo americano Michael Osterholm, che un anno fa è entrato a fare parte dei consiglieri del presidente Biden contro Covid-19: «Non c’è nessuna malattia nella storia dell’umanità che sia scomparsa dalla faccia della Terra quando il serbatoio animale aveva un ruolo così importante nella trasmissione”, aggiunge.

La strada verso l’endemia è insomma difficile da prevedere, ma la specie umana può indirizzarla o renderla più breve. I diversi paesi, continua l’epidemiologo americano, possono ridurre la trasmissione del virus con le misure di contenimento e contemporaneamente vaccinare il maggior numero possibile di persone. Se lasciamo, però, che il virus circoli indisturbato, allora, conclude Osterholm, il momento peggiore della pandemia sarà sempre davanti a noi.

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