Covid-19, Ferrante: isolamento più lungo e ripensare gli ospedali

Libero Quotidiano News

30 aprile 2020
Condividi:

Milano, 30 apr. (Askanews) – Diminuisce il numero di malati Covid-19; si allenta la pressione sulle strutture ospedaliere in generale e sulle terapie intensive in particolare, anche se i positivi sono – in termini assoluti – ancora molto numerosi. Cosa accade allora? cosa ha consentito l’alleggerimento della pressione drammatica sulle terapie intensive che si è registrata nella prima fase dell’emergenza?
Pasquale Ferrante – direttore sanitario dell’Istituto clinico città studi, virologo, ordinario all’Università di Milano e professore alla Temple University di Filadelfia – risponde a queste domande, e lancia uno sguardo sul come le strutture sanitarie dovranno ripensarsi dopo l’esperienza coronavirus. Esperienza che davvero nessuno avrebbe voluto fare.
“I malati-covid diminuiscono perché la popolazione suscettibile, e che poi si poteva ammalare, cioè in prevalenza gli anziani e gli adulti con co-morbilità, che è venuta a contatto col virus piano piano è diminuita. Questo è anche il risultato di quelle che noi chiamiamo lockdown, o quarantena. Ed è quindi il risultato del fatto che siamo riusciti a contenere il virus all’interno di nuclei familiari, o di piccolissimi altri gruppi, in modo che non circolasse e potesse raggiungere i suscettibili”.
L’ isolamento ha dunque funzionato. Ma cosa giustifica la dilatazione dei tempi per un ritorno alla normalità? “Abbiamo avuto diversi collaboratori, e molti pazienti, per i quali l’intervallo di tempo affinché il tampone, all’inizio positivo, risultasse poi negativo non era di 14-20 giorni, ma era di almeno 40 giorni. Quindi vuol dire che il paziente, il soggetto infetto può eliminare il virus attraverso le goccioline anche dopo 40 giorni l’inizio dei suoi disturbi. E questo vale anche per i pazienti asintomatici. Quindi la quarantena deve essere consistentemente lunga: i 40 giorni inventati nel medioevo probabilmente valgono ancora”.
L’emergenza ha imposto per due mesi la chiusura delle camere operatorie e, nei fatti, il blocco delle attività ambulatoriali. Una necessità che ha colpito i malati non-covid che, se scomparsi dalle cronache, hanno così visto moltiplicare le loro sofferenze. “E’evidente che quando eravamo nella fase critica la popolazione ha preferito aspettare prima di andare in ospedale. Nella fase esplosiva dell’emergenza covid, noi abbiamo avuto diversi casi di appendicite arrivate non dico troppo tardi, ma in ritardo, quasi in perforazione. E questo è comprensibile. Però bisogna dire che il sistema delle emergenze non è mai stato chiuso. Anche il nostro ospedale ha sempre tenuto aperto il pronto soccorso, con due canali differenziati: un canale dedicato ai malati covid- o sospetti covid; e un altro dedicato a quelli che non erano sospetti, e che si presentavano per una chiara emergenza chirurgica, ortopedica o medica”
Guardando al futuro, anche prossimo: si continua a ripetere che non sarà più possibile che tutto torni come prima e, per molte situazioni, non si deve tornare come prima. Cosa cambierà allora nella vita di un ospedale ? “Negli ospedali, all’ingresso per le prestazione ambulatoriali, dovremo ‘screenare’ i pazienti per evidenziare il rischio che possono avere sintomi da covid, o addirittura fare i tamponi a pazienti che apparentemente non hanno nessun disturbo per essere certi che non hanno un infezione asintomatica da covid. E’ una cosa molto complessa che già facciamo. Per cui abbiamo bisogno ovviamente di direttive e consigli dall’alto, ma anche di un po’ di tempo per potersi organizzare. Per quanto riguarda poi cose nuove, aumentare il numero di letti di terapia intensiva sul territorio e fare in modo che ogni ospedale abbia più capacità ricettiva da questo punto di vista. E poi pensare ad un una normalità che sia diversa da quella attuale: scaglionare i pazienti, utilizzare app per dare appuntamenti diradati, fare in modo che i pazienti arrivino in ospedale all’orario giusto per la visita e non incontrino altre persone. Sarà un modo di lavorare un po’ più complesso, soprattutto per gli ospedali che non hanno una struttura ad hoc, ma da fare assolutamente”.

Go to Source

Commenti l'articolo

Rispondi