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Covid, dal feeling con Salvini sullo Sputnik ai ristoranti aperti la sera: la metamorfosi di Bonaccini

La Republica News
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BOLOGNA – In un anno il Covid ha cambiato tutto. Anche il presidente della Regione Stefano Bonaccini. Dodici mesi fa baluardo della sinistra che era riuscita a sconfiggere Matteo Salvini in Emilia Romagna, icona delle Sardine che riempivano le piazze. Oggi governatore che con la Regione piegata dalla pandemia non esita a dirsi d’accordo persino col leader della Lega, se dice “una cosa ragionevole”. E’ accaduto sul tema dell’apertura dei ristoranti la sera nelle zone con contagi bassi, ipotesi lanciata da Salvini e condivisa da Bonaccini. Ed è tornato ad accadere sull’acquisto del vaccino russo Sputnik, che Salvini vorrebbe comprare per dare una lezione alle lentezze della Ue sul piano vaccini, e che pure Bonaccini non disdegna: “Se è valido, acquistiamolo”. Del resto persino la Ue sta considerando questa possibilità, se l’Ema darà l’ok.

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In mezzo c’è l’emergenza del contagio, che ha picchiato duro dall’inizio in Emilia Romagna, ma che s’è accanito sulla via Emilia soprattutto tra la seconda e la terza ondata. Oggi la regione dei record, che nella primavera 2020 aveva messo i i piedi fuori dal picco prima e meglio di altre aree del nord, inizia a mostrare segni di affaticamento. La macchina della Sanità, guidata allora dal commissario Sergio Venturi, era riuscita a uscire dal pantano senza mai uscire di strada. Da novembre in poi invece, non c’è stata tregua all’Emilia Romagna, a lungo galleggiante tra il giallo e l’arancio senza mai riuscire a uscire dall’emergenza. E ora addirittura Regione sotto i riflettori per l’impennata di casi che probabilmente colorerà la regione di rosso da lunedì. Lockdown duro, mentre anche nella distribuzione dei vaccini Astrazeneca l’Emilia Romagna compare nella parte bassa delle classifiche nazionali.

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Una situazione d’emergenza che costringe Bonaccini ad alzare i toni. Persino troppo, secondo il politologo Marco Valbruzzi, che gli consiglia se davvero vuol essere leader Pd, prima o poi, di dosare meglio la comunicazione, “perché l’onnipresenza sui media porta all’incoerenza, alla necessità di dover continuamente correggere o precisare le proprie dichiarazioni”. Eppure il presidente non rinuncia alla sua visibilità, disegnata sul modello di “leader del fare”, che una soluzione deve pur trovarla, se le cose non funzionano. A costo di dirsi d’accordo con Salvini: “Posso ben farlo io, che l’ho battuto nelle urne” è la giustificazione. Fin qui ha funzionato, se è vero che la parte moderata del Pd, quella degli ex renziani di Base Riformista, continuano a pensare a lui come sfidante di Nicola Zingaretti a un congresso che sembra avicinarsi a passi da gigante. In fondo, sotto l’ombrello della maggioranza larghissima di Mario Draghi, il feeling con Salvini per uscire dalla pandemia è destinato a scandalizzare sempre meno.

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