Covid e i giorni del trauma. Van Der Kolk Vogliamo tornare a una vita noiosa

Covid e i giorni del trauma. Van Der Kolk: “Vogliamo tornare a una vita noiosa”

La Republica News
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SI E’ CALATA lentamente sulla vita delle persone, cancellando ogni certezza. Non possiamo fare progetti. Siamo sospesi fra passato e futuro. Anche il senso del tempo è cambiato. E tutto questo ha un effetto sulla nostra psiche. Per qualcuno l’epidemia di Covid è un trauma difficile da superare. “Nelle settimane di quarantena abbiamo vissuto una condizione ‘pre-traumatica’. Potrebbe preparare il terreno allo sviluppo di un trauma psicologico, poiché coinvolge diversi aspetti centrali per la nostra vita. Mi riferisco alla  salute minacciata dalla malattia, della paura di perdere i nostri cari, il lavoro o il benessere economico. C’è anche l’enorme costo psicologico del vivere rinchiusi in casa e separati dagli altri”, spiega Bessel Van Der Kolk, psichiatra, fondatore e direttore del Trauma Center di Boston e autore del libro Il corpo accusa il colpo (Raffaelo Cortina editore)Lei ha dedicato una vita allo studio del trauma. Cosa può portare a questa condizione?“Sappiamo ormai che alcune condizioni emotive posso facilitare e favorire processi di traumatizzazione. Nel caso di Covid gli aspetti più presenti sono: la sensazione di trovarsi in una situazione senza futuro, lontana dalla prevedibilità del mondo che abbiamo conosciuto fino a oggi. Poi c’è il distanziamento che ci isola, la perdita di connessione e del senso del tempo. Ma uno degli aspetti più importanti è il fatto che abbiamo visto svanire le nostre sicurezze, il senso e lo scopo della vita. Oggi tutto è estremamente vago e senza una meta precisa”.
 Il coronavirus colpisce tutti nello stesso modo? Svilupperemo tutti una condizione traumatica?“No Covid è un virus che colpisce singoli, gruppi di persone o comunità intere in modo diverso. Va sempre ricordato che un conto è la malattia provocata dall’infezione e un conto il trauma, la situazione di disagio psicologico. E’ sicuro che persone che hanno alle spalle un passato traumatico o coloro che con l’epidemia stanno affrontando condizioni di vita difficili o hanno avuto lutti saranno più vulnerabili. Qualcuno sarà travolto da ciò che accade e non riuscirà a rialzarsi. Lo vedremo nel tempo. Ci sono molti pazienti in cui il livello di ansia salirà molto e potranno riportare un trauma da questa situazione”. Abbiamo perduto una serie di piaceri e impegni quotidiani e ci fa stare male “Non è facile vivere in una situazione in cui non si possono fare le cose che si era abituati a fare prima. Non possiamo farci nulla. Ci sono solo incognite e l’unica cosa che possiamo controllare sono le nostre reazioni. Dobbiamo cercare di essere equilibrati e tranquilli. Anche se tutto è cambiato dobbiamo dare una struttura delle nostre giornate. La nozione del tempo è importante perché chi è traumatizzato perde la sensazione delle ore che passano. Per questo dobbiamo organizzare le giornate. Chi non lo fa rischia la dissociazione”. Oggi abbiamo ripreso a uscire, ma le cose non sono come prima. Perché ci sentiamo così perduti?“Abbiamo imparato molto dalla cultura del trauma negli ultimi decenni e qualcosa potrebbe esserci utile per capire come affrontare la situazione attuale. Aspettative, confini e prevedibilità di ciò che accade contribuiscono al malessere dei singoli. Il trauma è collegato alla prevedibilità e alla fiducia. Accade ai bambini che hanno genitori instabili. Se una madre ha problemi di equilibrio psicologico, il figlio si traumatizza. Dobbiamo fare sì che la nostra vita sia prevedibile e anche ‘noiosa’. Solo una quotidianità con impegni costanti ci fa vivere bene. Solo il ritorno alla normalità potrà aiutarci veramente”. Cosa consiglia per affrontare la situazione? Molti lavorano ancora in smart working. C’è anche il rischio della sedentarietà.“Bisogna muovere il corpo per stare bene. Una passeggiata, una corsa, sono ricette di salute. Ma anche l’alimentazione ha un ruolo centrale nelle nostre vite. Se oggi non è consigliato fare feste o cene con tante persone, possiamo comunque cucinare e parlare con un amico anche a distanza. E confrontarci su una ricetta”.Negli anni ’80, lei ha lavorato molto con i veterani del Vietnam. In seguito con i bambini vittime di abusi sessuali, nello scandalo che ha coinvolto la Chiesa di Boston. Cosa le hanno insegnato queste esperienze?“Quando si tratta di trauma molto profondi, persone che hanno vissuto guerre o abusi durante l’infanzia, le persone parlano con molta difficoltà del passato. Si sentono ‘colpevoli’ per quanto accaduto e ci vuole molto tempo per aiutarli a rielaborare gli eventi del passato. Ma, anche se è difficile, nel tempo è possibile riprendersi. Chi ha alle spalle storie di violenze durante l’infanzia, vive in un continuo stato di allerta. Teme che qualcuno gli possa fare del male ancora. Accade anche nei casi di incesto. Con la giusta terapia è possibile gestire questa situazione e voltare pagine. E dire. ‘Va bene oggi ho 42 anni, sono ‘salvo’ e so cosa fare, in che direzione andare’”. Quali sono le cure più efficaci?“Bisogna insegnare al paziente a essere compassionevole verso se stesso. Solo così si può cercare quell’ottimismo che aiuta a vivere. Lavoro con la psicoterapia, ma anche con la meditazione, con tecniche di respirazione o sessioni di tai chi. Tutto dipende da un individuo all’altro: serve una medicina personalizzata. Anche le tecniche di Emdr (Eye Movement Desensitization and Reprocessing ), un metodo  che sfrutta i movimenti oculari alternati, sono efficaci. E, in alcuni casi, l’ipnosi. Bisogna invece fare un uso limitato di farmaci. E’ bene intervenire e curare chi ha subìto un forte trauma, altrimenti queste persone rischiano di avere aspettative di vita minori”. Quali sono le terapie più promettenti in futuro?“Sicuramente il neurofeedback, che insegna al cervello a comunicare in modo diverso. Con questa tecnica, si visualizza in tempo reale, sul monitor di un computer, la propria attività elettroencefalografica. E’ quasi come un videogioco. Consente di educare il cervello a produrre onde cerebrali in posizioni specifiche, tanto da rieducare se stesso, fino a raggiungere l’attività desiderata. Questa diventerà la nuova frontiera per curare il trauma”. La ricerca sul trauma è piuttosto recente. La strada è ancora lunga?“Oggi c’è molto interesse sul tema e ci sono molti studi sui traumi familiari o su situazioni traumatiche di altro tipo. In passato non si parlava di queste cose, ma credo che sia comunque un campo nuovo e resta molto da fare”. 


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