Covid e piano pandemico la versione di Guerra Spettava al ministero della Salute ma non cerano soldi

Covid e piano pandemico, la versione di Guerra: “Spettava al ministero della Salute, ma non c’erano soldi”

La Republica News
Pubblicità
Pubblicità

È il dirigente nella bufera. Numero due dell’Oms, assistente del direttore generale Tedros Ghebreyesus, per il quale si occupa delle iniziative strategiche, è stato accusato dalla trasmissione di Raitre Report di aver fatto pressioni sui colleghi dell’ufficio Oms di Venezia per cambiare la data del piano pandemico nazionale indicata in un rapporto sull’Italia, poi ritirato. Medico veronese, già addetto scientifico presso l’ambasciata italiana negli Usa, il 9 marzo scorso è stato inviato a Roma come collegamento tra il ministero della Salute e l’Oms. È membro del Cts.
Dottor Guerra, lei è stato capo della prevenzione sanitaria del ministero della Salute dal 2014 al 2017, avrà scritto una ventina di piani, perché non ha aggiornato il piano pandemico?
“Quando mi insedio al ministero a fine 2014 non trovo avviato nessun processo di revisione, anzi il mio tavolo è completamente vuoto e devo ricostruire l’archivio da zero. Nel 2013 una decisione del Parlamento europeo aveva raccomandato agli Stati membri di aggiornare i piani nazionali di concerto con la Commissione Ue. Ma perché i tecnici del ministero si attivino è necessario che la direzione Relazioni internazionali e rapporti con l’Unione Europea dia delle indicazioni, e io non ho mai visto nulla del genere. Di solito questa direzione porta direttamente al gabinetto del ministro e al ministro, per verificare se sono necessari interventi legislativi”.
Chi era all’epoca il ministro della Salute?
“Beatrice Lorenzin. Le indicazioni di priorità le dà il ministro attraverso il suo gabinetto. Il motivo principale per cui Lorenzin mi chiama al ministero è la gestione di Ebola. Io all’epoca faccio diversi piani nazionali, tra cui il piano vaccinale, quello su Zika, su West Nile che mandò al macero parte delle riserve ematiche del Paese, su Chikungunya, sulla meningite. Penso di essere uno dei pochi che ha fatto anche esercitazioni. Quando faccio fare una verifica sul piano pandemico dai funzionari addetti, mi viene risposto che non è mai stato previsto un finanziamento con voci di bilancio specifiche. Le dico solo che il Ccm, il centro di controllo delle malattie, è passato da una disponibilità di 54 milioni di euro nel 2004, cioè subito dopo l’epidemia di Sars, ai 5,4 milioni del 2018, destinati in buona parte a progetti regionali. Mi riferirono che fu il capo di gabinetto del ministro Lorenzin, Giuseppe Chiné, a verificare che non c’erano i soldi per il piano. Trovarono a malapena quelli per il piano della prevenzione vaccinale”.
Nel settembre 2017 però lei scrive al ministro Lorenzin che è necessario aggiornare il piano pandemico.
“Certo, prima di allora non avevo gli strumenti tecnici e finanziari: non c’erano ancora le nuove linee guida europee e dell’Oms, e il finanziamento per il piano era zero. Lei che avrebbe fatto? Attendo e intanto dichiaro vigente il piano esistente, così da averlo in caso di emergenza. Le prime linee guida dell’Ecdc escono a novembre 2017, quando io sono già passato all’Oms”.
Tra la dichiarazione dello stato di emergenza, il 31 gennaio, e la scoperta del “paziente uno” il 20 febbraio, si sarebbe potuto attivare almeno il vecchio piano, perché non viene fatto? Lei, tra l’altro, è membro del Cts.
“No, attenzione, io nel Cts arrivo l’11 marzo. Nelle fasi iniziali non ci sono e non so cosa sia successo. Anzi sono rimasto molto meravigliato dalle dichiarazioni del collega Agostino Miozzo, coordinatore del Cts, che affermava che non ci fosse un piano. Tant’è vero che a un certo punto gli ho chiesto: “Ma tu lo sai che c’è un piano di prevenzione della pandemia influenzale?”. E la risposta è stata: “No”. Gli ho anche chiesto se l’avevano letto questo piano, perché prevedeva lavaggio delle mani, disinfezione, distanziamento, mascherine, attenzione a ospedali, scuole, case di riposo, luoghi di lavoro, soggetti fragili. Cioè poteva esserci una diversa scansione delle fasi operative ma gli oggetti erano quelli”.
Veniamo al rapporto dell’ufficio Oms di Venezia sull’Italia. Perché scrive a Zambon di modificare la data del piano pandemico in “2016”?
“Perché non volevo che l’Italia sembrasse priva di un piano vigente. Scrivo quella mail a Zambon l’11 maggio, cioè prima che venisse pubblicato il rapporto e propongo altre 160 correzioni tutte accettate nel report pubblicato il 13 maggio, su cui non ho più nulla da dire. Però che fretta c’era di pubblicarlo? Si poteva prima informare il governo italiano ma Zambon non era d’accordo, come mi scrisse in una mail. Infatti il 14 maggio mi chiama il ministro Speranza e mi dice: “Pubblicate un rapporto sull’Italia e io lo vengo a sapere dal sito web?”.
Zambon sostiene che lei l’avrebbe minacciato al telefono, dicendo di essere sulla porta del direttore generale dell’Oms.
“Io mi ricordo di aver interrotto una telefonata scusandomi perché stavo entrando dal direttore generale, non mi pare di aver mai detto niente del genere a Zambon. I meccanismi di protezione dello staff dell’Oms sono tali per cui è impossibile minacciare qualcuno di licenziamento, e lui lo sa”.
Lei non vede un conflitto di interessi nel suo precedente ruolo di dirigente del ministero italiano e ora di alto dirigente dell’Oms inviato in Italia?
“Io ero inviato in Congo quando scoppia l’epidemia in Cina e viene dichiarata l’emergenza di sanità pubblica internazionale. Il ministro Speranza nelle prime settimane dell’epidemia ha chiesto un collegamento stretto e un aiuto da parte dell’Oms, e Tedros ha pensato giustamente a me, per essere immediatamente operativi in una situazione di emergenza grave. Una funzione di raccordo non è una funzione gerarchica e non può entrare in conflitto con un incarico ricoperto anni prima. Ci sono uffici che vigilano sui conflitti di interesse dentro l’Oms: spero vigilino anche sul fatto che Zambon opera in qualità di funzionario internazionale non solo nel suo Paese, ma addirittura nella sua regione, in un ufficio cofinanziato dalla Regione Veneto”.



Go to Source