Covid gli errori della scienza sulla pandemia

Covid: gli errori della scienza sulla pandemia

La Republica News
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C’è un luogo, nel web, dove finiscono tutti gli errori della scienza. Insomma, non tutti: diciamo quelli che i due fondatori del blog Retraction Watch riescono a trovare, analizzando con pazienza tutti gli articoli pubblicati sulle riviste scientifiche. Loro si chiamano Ivan Oransky e Adam Marcus, e sono due giornalisti che da sempre si occupano di medicina, il primo come vicepresidente del sito Medscape, il secondo come redattore della rivista Gastroenterology & Endoscopy News. Certo, sbagliando s’impara, e questo è tanto più vero nella scienza, dove l’errore che spinge a cambiare metodo, punto di vista o ipotesi di partenza èalla base del processo di ricerca, soprattutto se riconosciuto e condiviso.

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Ma a volte gli inciampi del percorso di ricerca rasentano la frode, e Oransky e Marcus volevano, con il loro blog, far emergere le ritrattazioni delle riviste scientifiche in modo più chiaro e trasparente. Ora i due hanno stilato la classifica degli errori (o degli imbrogli) più clamorosi del 2020, selezionando i paper che sono stati “ritirati” dalla pubblicazione dopo che gli autori stessi, o più frequentemente i colleghi della comunità accademica di riferimento, hanno rinvenuto errori, in buona o in malafede, che inficiano il risultato dello studio.Nell’anno della Covid-19, era inevitabile che la maggior parte degli articoli “ritrattati” fosse relativo a studi su Sars-Cov2. D’altra parte, come ben spiega la rivista Nature, la pandemia ha completamente sconvolto i ritmi della scienza. Nel 2020 circa il 4 per cento della produzione mondiale di ricerca è stata dedicata al coronavirus, provocando un diluvio di pubblicazioni sul tema: oltre 100 mila articoli sulla pandemia, secondo alcuni addirittura 200mila. Non solo: l’anno che sta per finire ha visto anche un forte aumento degli articoli su tutti gli altri argomenti, forse perché – si legge sulla rivista britannica – molti ricercatorihanno dovuto rimanere a casa e concentrarsi sulla stesura di articoli piuttosto che sulle attività di laboratorio.

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La richiesta di pubblicazione alle sole riviste del gruppo editoriale olandese Elsevier, per esempio, sono aumentate del 58 per cento tra febbraio e maggio 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. L’aumento è stato ancora più impressionante nel settore della medicina e della salute, con un + 92 per cento. E questo, unito alla fretta dettata dall’emergenza globale, ha in certi casi fatto abbassare la guardia ai revisori, cioè a coloro che devono verificare se un articolo è degno di essere pubblicato su una rivista scientifica. Così molti articoli sono andati in pagina troppo rapidamente, senza un opportuno controllo. Il risultato di questa corsa alla pubblicazione, spiegano i due giornalisti, è che Covid-19 ha avuto un grande impatto anche nel mondo delle ritrattazioni.
Dall’inizio dell’anno ai primi di dicembre, gli articoli sul nuovo coronavirus ritirati dalle riviste peer-reviewed sono una quarantina (su un totale di oltre 1650 ritrattazioni documentate): e il numero, dicono Oransky e Marcus, è certamente destinato a crescere. Ecco allora una selezione dei paper che, pur avendo in alcuni casi superato l’esame della revisione dei pari, una volta pubblicati e sottoposti al vaglio della comunità scientifica allargata sono stati criticati e ritirati.

1) Il caso idrossiclorochinaPiù che “caso”, quello del farmaco antimalarico utilizzato in funzione anti-Covid ha rischiato più volte di diventare un “caos”. A ingarbugliare la questione erano stati gli articoli apparsi su due delle riviste mediche più prestigiose del mondo, The Lancet e The New England Journal of Medicine. A fine maggio, in particolare, Lancet aveva pubblicato un paper secondo cui l’idrossiclorochina era associata a un aumento del rischio di morte nei pazienti ospedalizzati con Covid-19. Dati così eclatanti da costringere gli organismi di sanità pubblica, tra cui l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Agenzia regolatoria dei medicinali britannica, a sospendere l’autorizzazione per gli studi clinici sul farmaco. Lo studio, però, aveva unproblema alla radice: si basava su un database della Surgisphere Corporation – un’azienda dell’Illinois guidata da Sapan Desai, fondatore e coautore dello studio in questione – contenente le cartelle cliniche elettroniche di quasi 100.000 pazienti con Covid-19 in 671 ospedali in sei continenti. Numeri troppo elevati per essere veri. Un controllo più accurato da parte di scienziati e giornalisti aveva infatti mostrato che i dati utilizzati superavano i casi ufficiali o il numero di morti rilevati in alcuni continenti. Non solo: nessuno era riuscito a identificare gli ospedali che avevano implementato il registro con i loro dati. Risultato: articoliritirati.

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2) Lo zampino di Fox NewsE’ ancora l’idrossiclorochina al centro della tempesta: sempre a maggio uno studio francese pubblicato su MedRxiv sosteneva che l’associazione tra il farmaco antimalarico e l’antibiotico azitromicina fosse in grado di ridurre la morbidità ospedaliera dovuta a Covid-19. Sulla notizia clamorosa salta Laura Ingraham, anchorwoman di Fox TV, notoriamente schierata con Trump – che in passato si era vantato di aver utilizzato proprio quel farmaco per contrastare la sua infezione. Lo studio in questione viene però ritirato ancora prima di passare per la trafila della peer review, la revisione dei pari. Ma le speranze intorno al farmaco non si placano. Una versione leggermente meno ottimistica sull’efficacia dell’idrossiclorochina associata ad antimicrobici viene poi pubblicata in ottobre sull’International Journal of Antimicrobial Agents, in un numero speciale curato dal francese Didier Raoult, grande sostenitore dell’antimalarico. Questa volta nessun paper ritirato, ma diversi segnali di insofferenza da parte dell’International Society of Antimicrobial Chemotherapy sulla metodologia usata da Raoult nei suoi studi: gravi carenze metodologiche, ottimismo infondato, atteggiamento irresponsabile, sottolinea in un commento allo studio l’olandese Frits Rosendaal, dello University Medical Center di Leida.

3) Il pericolo dei monopattiniIl virus Sars-Cov2 è, inaspettatamente, più letale dei monopattini. L’unica soluzione è l’idrossiclorochina. L’articolo è apparso davvero, e con questo titolo, sull’Asian Journal of Medicine and Health nell’agosto di quest’anno. A scriverlo erano stati due ricercatori, il belga Willard Oodendijk e il francese Michaël Rochoy, con l’obiettivo di smascherare l’atteggiamento “predatorio” della rivista: ovvero pubblicare qualunque cosa, purché a pagamento. Per capire che si trattava di una provocazione sarebbe bastato scorrere le firme:tra gli autori compariva infatti un Nemo Macron, con affiliazione “Palazzo dell’Eliseo, Parigi”, ma anche un Sylvano Trottinetta (che in francese significa, per l’appunto, monopattino), o un Otter F. Hantome (un fantasma, praticamente). Dopo aver capito la burla il giornale ha reagito con sdegno, ritirando la pubblicazione. Ma l’obiettivo dei due era stato raggiunto. “Certo, il nostro articolo sui monopattini meritava di essere ritrattato. Il punto è che non avrebbe mai dovuto essere pubblicato!”, hanno commentato Oodendijk e Rochoy.
4) Un campione troppo ristrettoProprio nella stessa settimana in cui Lancet e NEJM facevano i conti con il database farlocco della Surgisphere Corporation, gli Annals of Internal Medicine hanno dovuto fare marcia indietro su un paper pubblicato in aprile e che aveva fatto impazzire i media (e gli scienziati) di mezzo mondo, ricevendo oltre 10 mila retweet e rilanciato persino dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Sia le mascherine chirurgiche che quelle di cotone sembrano essere inefficaci nel prevenire la diffusione di SARS-CoV-2”, si leggeva nello studio. Il panico mediatico si è placato solo quando gli autori hanno ammesso di aver condotto la lorosperimentazione su quattro (avete letto bene: quattro) soggetti infetti. Tutto bene quel che finisce bene? Non proprio. Perché il paper in questione aveva passato con successo il test della peer-review, che dovrebbe garantire l’attendibilità dei dati e della metodologia dello studio. Dunque, sottolineano gli autori di Retraction Watch, anche gli studi revisionati devono essere presi con le molle. Fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio.
5) Tutta colpa del 5GIl problema non è solo la mancanza di dati. A volte, scrivono Oransky e Marcus, il problema è proprio la mancanza di buon senso. Questo è il caso della pubblicazione che si è aggiudicata il premio per “peggior articolo del 2020”, almeno nell’opinione di Elizabeth Bik, microbiologa di origine olandese che da tempo fa la “cacciatrice di frodi” nella scienza sul suo blog Science Integrity Digest. L’onore di questo primato, purtroppo, va a uno studio condotto da un italiano, Massimo Fioranelli, professore associato di Fisiologia all’Università Telematica Guglielmo Marconi, e alcuni colleghi iraniani, russi e americani già noti alle cronache scientifiche per studi non proprio ortodossi. Nell’articolo, pubblicato sul Journal of BiologicalRegulators and Homeostatic Agents, di proprietà della Biolife sas, gli autori sostenevano di avere trovato correlazioni tra le tecnologie di telecomunicazioni 5G e l’induzione di coronavirus nelle cellule della pelle. Ma gli errori – anche di matematica – sono grossolani, e secondo Bik il paper è totalmente privo di senso. E oggi non si trova più online.

6) Il virus che viene dallo spazioDimenticate pipistrelli, pangolini e visoni. Il virus Sars-Cov2, come del resto anche l’agente infettivo Candida auris, è presumibilmente arrivato sul nostro pianeta dallo spazio, a cavallo di un meteorite. In particolare, su quello avvistato in forma di palla fiammeggiante dalla città di Songyuan, nel nord-est della Cina, nell’ottobre 2019. Lo studio non è stato ritirato ma, dicono i giornalisti di Retraction Watch, avrebbe dovuto esserlo, eccome. L’autore Chandra Wickramasinghe, matematico britannico di origine singalese che firma il paper insieme a Edward Steele e colleghi di istituzioni più o meno prestigiose tra cui l’Università di Toronto, i Tianjin Centers for Disease Control and Prevention, in Cina, l’Università di Melbourne e la History of Chinese Science and Culture Foundation di Londra, non è nuovo a queste uscite, visto che già una ventina di anni fa aveva sostenuto che anche il virus dell’influenza provenisse dallo spazio, così come – ça va sans dire – quello della Sars.

7) Potenza dell’amuletoGli amuleti di nefrite, pietre simili alla giada già usate nell’antichità come protezione contro le malattie dei reni, trovano nuova linfa nella prevenzione del Covid-19. Questo è quanto sostiene l’autore di un articolo pubblicato su Science of the Total Environment (gruppo Elsevier). La firma è quella di Moses Turkle Bility, professore associato di Malattie infettive e Microbiologia all’Università di Pittsburgh. Che interpellato da Oransky e Marcus l’ha presa molto sul personale, accusando nemmeno troppo velatamente i due giornalisti di razzismo: “La storia della scienza – scrive – è piena di esempi in cui i fanatici cercano di bloccare eridicolizzare le idee innovative che sfidano il paradigma dominante. Chiaramente l’idea che uno scienziato nero possa sfidare il paradigma con le sue idee offende molte persone. Ma il colore della mia pelle non ha nulla a che fare con la mia intelligenza”. Ma Twitter non perdona: e dopo una lunga sequela di lazzi e derisioni, i coautori del testo hanno chiesto essi stessi il ritiro del paper.

8) Vitamina D o no?Prima lo hanno pubblicato. Poi, visto il clamore suscitato dall’articolo, gli editori hanno preso provvedimenti e si sono detti “preoccupati”. Al centro del pasticcio c’è un articolo uscito a settembre su PlosOne, relativo alle supposte funzioni protettive della Vitamina D nei confronti delle forme gravi di Covid-19. Lo studio proveniva da un gruppo di ricerca di Teheran, in Iran, e dell’Università di Boston negli Stati Uniti. Secondo gli autori, “c’è un’associazione significativa tra livelli di vitamina D e riduzione della gravità clinica” nei pazienti con Covid-19. Questa sostanza, era la conclusione, può aiutare a modulare la risposta immunitaria e ridurre il rischio di tempesta di citochine dopo infezione da Sars-CoV2. Dopo la pubblicazione, lo studio si è attirato le critiche da ogni parte del mondo, Australia compresa, dove l’epidemiologo Meyerowitz-Katz ne ha definito i risultati “selvaggiamente insignificanti”: troppo esiguo il numero di pazienti arruolati, analisi statistiche poco robuste, conclusioni irrilevanti.

9) Quanti decessi?Quando la base non è solida, tutto quello che ci si costruisce sopra traballa. Così è successo ai ricercatori dell’Imperial College London, il cui studio prevedeva che in assenza di misure restrittive Covid-19 avrebbe ucciso mezzo milione di persone nel Regno Unito e più di 2 milioni negli Stati Uniti. Un dato allarmante che ha certamente contribuito a modificare la strategia del governo britannico e di quello statunitense, inizialmente poco propensi a introdurre il distanziamento sociale e il lockdown. Ma i dati su cui si basavano alcune delle stime dei ricercatori inglesi erano riportate in uno studio sino-americano, apparso su MedRxive e poi ritrattato dagli stessi autori.

10) Il Covid come l’AidsAppena tre giorni per accettare il paper, tre lunghi mesi per toglierlo dalla circolazione dopo le critichemosse dalla comunità scientifica. Il caso è quello dello studio portato avanti da Shibo Jiang, virologo cinesecon affiliazione americana, sul modo in cui Sars-CoV-2 infetta i linfociti T in un modo simile a quantoosservato con HiV. L’articolo è apparso all’inizio di aprile su Cellular & Molecular Immunology, suscitandogrande interesse mediatico e finendo anche sul New York Magazine e su Wired. A scatenare i dubbi deicolleghi, invece, una serie di tweet di Leonardo Ferreira, con i quali questo giovane immunologo molecolarealla University of California di San Francisco segnalava alcune gravi incongruenze metodologiche.Conclusione: gli autori hanno alla fine riconosciuto gli errori. Ma il paper è rimasto a lungo visibile a tutti,generando confusione e panico nei lettori.



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