Covid, la promessa del crocerossino: “Faremo tremila vaccini al giorno”

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ROMA – Mario Draghi l’ha ringraziato per primo, appena presa la parola in uno dei padiglioni dell’hub vaccinale di Fiumicino. Lui è Valerio Mogini, coordinatore dei servizi sanitari della Croce rossa italiana. Anni 33, responsabile di tre centri per la campagna di vaccinazione di massa tra cui quello, appunto, visitato dal premier. Una storia da giramondo per inseguire una passione, che è insieme studio e lavoro: occuparsi dell’assistenza sanitaria in situazioni talmente complesse da far perdere il sonno.

Mogini, partiamo dalla fine. Dal discorso del premier.

“Condivido tutto. Parla al Paese nel giorno di nuove, dure restrizioni. Ma lo fa da un centro vaccinale, quindi da un luogo di speranza. A differenza dell’anno scorso, dove ci fermammo senza sapere cosa sarebbe accaduto dopo, sappiamo che questa campagna è la via maestra per uscirne. Per sperare”.

Draghi sembrava colpito dal vostro hub. Anche rinfrancato, dopo la visita che avete fatto insieme.

“Credo l’abbia colpito, tra l’altro, la presenza di così tanti giovani. Questo centro è governato da giovani medici e infermieri, l’età media è di 28-30 anni, molti sono neolaureati o alle prime esperienze. E poi un’altra cosa: il fatto che finalmente, dopo mesi, non dobbiamo più fermarci solo al dato diagnostico. Questo è un centro per effettuare tamponi, ma adesso anche il luogo dove somministriamo  vaccini che impattano sul nostro futuro”.

Come è arrivato in questo parcheggio a lunga sosta trasformato in un centro vaccinale?
“Nel 2015 ero a Idomeni, campo profughi in Grecia al confine con la Macedonia, dove ci furono anche rivolte e violenze. Poi, nel 2016, in una missione nel Mediterraneo per i migranti. Un anno negli Stati Uniti per studiare l’organizzazione medica nelle catastrofi e nelle crisi umanitarie. Quindi in Bangladesh. A gennaio 2020 mi affidano il coordinamento del biocontenimento. A un tratto, scoppia la pandemia. E arriviamo fin qui, con questa nuova sfida: proveremo a fare tremila vaccini al giorno”.

L’impresa più difficile?
“La più inedita. A Idomeni bisognava fare i conti con la ristrettezza di risorse e immaginare modi nuovi per risolvere i problemi. Lo stesso è accaduto in questa crisi, dove nel corso dei mesi abbiamo utilizzato modelli studiati in altri contesti per affrontare ad esempio la penuria di dispositivi o, in alcune fasi, di risorse umane”.

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