Covid, svelato il mistero degli asintomatici

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Due anni fa, in piena pandemia, il caso era già emerso: gli esperti si chiedevano perché, mentre tutt’intorno migliaia di persone ogni giorno si ammalavano di Covid, mostrando sintomi evidenti, anche gravi, alcune non riportassero conseguenze. In parole povere erano individui asintomatici. Magari pure loro infetti, ma senza febbre, tosse, difficoltà a respirare e altre manifestazioni dell’infezione provocata dal virus SARS-CoV-2. Ora il segreto è stato svelato. Un gruppo di ricercatori coordinati dalla University of California San Francisco ha trovato la chiave per risolvere una delle questioni irrisolte legate al virus che per tre anni ha messo in scacco il mondo.

Asintomatici non significa liberi di contagiare

Questione di Dna

Tutta la questione ruota attorno ai propri geni. I ricercatori, in uno studio pubblicato su Nature, hanno scoperto che le persone asintomatiche sono spesso portatrici di una variante genetica che aiuta il loro sistema immunitario a riconoscere e a contrastare tempestivamente il virus. Questa caratteristica non impedisce loro di essere infettate, ma le protegge dalle manifestazioni Covid.
“Se si ha un esercito in grado di riconoscere il nemico in anticipo, questo è un enorme vantaggio – ha spiegato la coordinatrice dello studio Jill Hollenbach – . È come avere soldati preparati per la battaglia e che sanno già cosa cercare”.

I criteri della ricerca

La ricerca si è concentrata sul sistema di etichettatura che l’organismo usa per distinguere le componenti proprie da quelle estranee: il cosiddetto HLA (antigeni umani leucocitari). I ricercatori hanno scoperto che circa il 20% degli asintomatici aveva una mutazione in uno dei geni Hla (denominata HLA-B*15:01), rispetto al 9% di chi mostrava sintomi. Nello specifico, Hollenbach, assieme ai colleghi, ha svolto l’indagine per comprendere se la variazione dell’HLA potesse indurre, in alcune persone, un’infezione asintomatica con il SARS-CoV-2. La ricerca ha coinvolto 29.947 persone, di cui sono stati monitorati i sintomi e gli esiti del Covid, attraverso uno smartphone.

I risultati dell’indagine

L’indagine ha evidenziato che 1.428 persone non vaccinate hanno riportato un test positivo per l’infezione da SARS-CoV-2, di cui 136 hanno dichiarato di non avere sintomi. Una persona su cinque rimasta asintomatica dopo l’infezione è risultata portatrice di una variante comune dell’HLA, chiamata HLA-B*15:01. Le persone portatrici di due copie di questa variante sono risultate in grado di avere una risposta positiva, avendo più di otto volte la probabilità di rimanere asintomatiche rispetto a quelle portatrici di altre versioni di HLA.
Inoltre, in un ramo separato dello studio, i ricercatori hanno scoperto che i portatori di HLA-B*15:01, senza una precedente esposizione al SARS-CoV-2, avevano cellule T, cellule immunitarie, reattive ai frammenti proteici del SARS-CoV-2, che condividono alcune sequenze genetiche con altri tipi di coronavirus stagionali. Questo indica che le persone portatrici di HLA-B*15:01, precedentemente esposte ai virus stagionali del raffreddore, hanno un’immunità preesistente nei confronti del SARS-CoV-2 e potrebbero eliminare rapidamente il virus prima che si presentino i sintomi.

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I ‘superman’ del Covid

Ma c’è di più. In piena pandemia, nell’ottobre 2021, era stato portato a galla un altro aspetto ‘anomalò delle infezioni da Covid. In tutte le epidemie o pandemie, era stato evidenziato, “c’è sempre qualcuno che esce indenne dal virus”: non viene attaccato, non contrae la malattia, non rischia nemmeno un lievissimo sintomo. In quel caso erano stati i ‘superman’ del Covid ad attrarre l’attenzione di équipe di studiosi da tutto il mondo, impegnate in uno studio coordinato dall’Università di Melbourne e dalla Fondazione per la ricerca biomedica dell’Accademia di Atene. Studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Immunology.

Infezioni variabili

La premessa era stata questa: “Le infezioni da Sars-Cov-2 mostrano un’enorme variabilità interindividuale, che va da infezioni asintomatiche a malattie potenzialmente letali”. E si concentrano su un fatto: mentre sappiamo che sono “variazioni congenite e autoanticorpi diretti contro gli interferoni di tipo I (IFN) a determinare il verificarsi di circa il 20% dei casi critici di Covid tra gli individui con infezione da Sars-Cov-2”, al contrario “le cause genetiche e immunologiche della resistenza all’infezione, di per sé sono sconosciuti”.

Lo insegna l’esperienza Hiv

La base di partenza per scoprire i meccanismi che fanno di alcuni individui dei ‘superman del Covid’ era ciò che si era fatto e scoperto a proposito dell’Hiv-1. Anche in quel caso il problema da risolvere era: perché alcuni contraggono il virus Hiv, sindrome da immunodeficienza acquisita? I ricercatori avevano portato alla luce questo meccanismo: la diminuzione dei recettori delle chemochine DARC (immunideficienza genetica) conferisce resistenza al Plasmodium vivax (parassita unicellulare, che è il più frequente e diffuso responsabile di malaria ricorrente). E avevano dimostrato che chi ha una densità di recettore 5 delle chemiochine (proteine) e dell’enzima FUT2 (responsabile della sintesi dell’antigene H nei fluidi corporei e sulla mucosa intestinale) ha una resistenza all’Hiv-1 e ai norovirus (causa più comune di gastroenterite).

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La strategia per scovare i resistenti al virus

“Sulla stessa linea – avevano sottolineato gli autori dello studio – abbiamo proposto una strategia per identificare, reclutare e analizzare geneticamente individui che sono naturalmente resistenti all’infezione da Sars-Cov-2”. “I tassi medi di attacco secondario per le infezioni da Sars-Cov-2 possono toccare il 70% in alcune famiglie e sono stati segnalati numerosi nuclei famigliari in cui tutti i membri tranne uno dei coniugi erano stati contagiati – aveva confermato la ricerca – suggerendo che alcuni individui altamente esposti possano essere resistente all’infezione con questo virus”. Perciò erano stati esaminati “alcuni esempi di suscettibilità geneticamente determinata a esiti gravi di due malattie infettive: la tubercolosi e il Covid, coprendo in modo più approfondito i tre casi noti di resistenza congenita alle infezioni”. Si era proseguito “considerando i geni candidati direttamente rilevanti per la resistenza all’infezione da Sars-Cov-2”. E si era giunti a formulare una proposta: “Una strategia per il reclutamento e l’analisi genetica di individui che sono naturalmente resistenti all’infezione del virus”.  Uno stimolo per una nuova fase di ricerca.

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