Crisi climatica: dalla grandine alle malattie, tutti i danni sulla vendemmia

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La crisi climatica colpisce duro, senza sosta, e la vendemmia diventa una corsa a ostacoli. Ogni anno di più. L’alternarsi di picchi di caldo, grandinate violente, piogge eccessive con ristagno dell’umidità, e conseguente proliferare di malattie, mette alla prova la pur resiliente vite e i viticoltori, bombardati da un’emergenza meteo che è diventata quotidianità. Con l’esigenza, sempre più forte, di trovare soluzioni politiche e globali al problema.

L’argomento dell’anno – come l’ha definito Lamberto Frescobaldi – è la peronospora, anche detta “fungo dell’acqua”, che ha devastato interi vigneti: nella zone più colpite, si contano danni dal 20 al 60%, fino al 70-80%. E in alcune regioni, ci sono vigne che sono state addirittura abbandonate dai viticoltori perché non c’era più niente da fare per fermare il fungo.

I danni della grandine

Poi ci sono le grandinate, che hanno distrutto interi vigneti nel Roero e in parte nelle Langhe (il 6 luglio), in tutte le province venete (20 luglio) e flagellato viti nel Torinese ad Albugnano e a Castelnuovo Don Bosco nell’Astigiano. Ma a creare maggiori problemi in tutta la penisola è proprio la peronospora, un fungo che si propaga con l’umidità devastando i grappoli, affiancata dall’oidio, altro fungo favorito invece dall’afa. E mentre nei campi si corre ai ripari, Federvini – che rappresenta 2600 aziende in tutta Italia, con 20.6 miliardi di euro di fatturato e 30.000 occupati – lancia un appello al governo: “L’agricoltura non è matematica – dice la presidente di Federvini, Micaela Pallini – Il governo deve investire nella ricerca perché se vogliamo diventare il primo vigneto biologico d’Europa, dobbiamo tenere presente che al momento non siamo pronti, dobbiamo quindi lavorarci, e per questo servono investimenti”.

Michela Pallini, presidente di Federvini

Le regioni più colpite: raccolto ridotto

Abruzzo, Romagna, basso Veneto, Trentino, bassa Lombardia, Puglia e alcune aree dell’Etna sono le regioni più colpite dalla peronospora. La lotta contro la proliferazione di questo fungo è stata ostacolata dai terreni allagati e quindi impraticabili, circostanza che ha incoraggiato il proliferare della malattia. Inoltre, gli appezzamenti abbandonati da piccoli viticoltori che non sono riusciti a gestire il fungo risultano ora punti d’inoculo per i vigneti adiacenti. Lo fa notare la presidente di Federvini: “All’inizio dell’anno, il clima è stato secco, poi sono arrivate le piogge della primavera che hanno assicurato riserve di acqua, per cui da questo punto di vista per ora siamo ottimisti: la vite resiste, è una pianta forte. Tuttavia, l’eccessiva umidità ha creato danni importanti legati alla peronospora: si contano danni fino al 70-80% del raccolto a causa delle piante intaccate dal fungo, soprattutto nel Centro-Sud. Per non parlare della situazione in Emilia-Romagna, dove al tutto si aggiungono i danni dell’alluvione, e dove le conseguenze del fungo sono ancora peggiori per via dell’impianto della vite a pergola che fa sì che la pianta sia coperta, incoraggiando i ristagni”. In questo contesto, emerge la necessità di gestire il vigneto ed affrontare un clima sempre meno prevedibile. “Al riguardo, l’unica soluzione possibile è la ricerca sul metodo per combattere la malattia – riflette Pallini – Lo scopo è trovare sistemi biologici che abbiamo basso impatto sull’ambiente, meno chimici possibile. Ma per ora non abbiamo a disposizione metodi super efficaci”. Molti viticoltori utilizzano la cosiddetta lotta integrata, col l’alternarsi di trattamenti chimici a rame e zolfo, ma  vanno fatti per tempo e con costanza. Il problema si è creato infatti soprattutto per quelle cantine che non avevano mai dovuto affrontare questa malattia e che quindi sono stati sorpresi.

“La peronospora  – spiega Lamberto Frescobaldi, presidente dell’Unione Italiana Vini – si è espansa molto per via dell’alternarsi di piogge e temperature non troppo calde che ha caratterizzato soprattutto maggio e giugno. Il fungo si è diffuso in zone che nel passato l’avevano avuto poco, come Sicilia, Puglia, Toscana (nelle aree ricche di argilla). Questo ha aumentato le difficoltà”. È quanto emerge dalle parole di Alberto Tasca, ceo di Tasca D’Almerita, tenuta gioiello della Sicilia: “La peronospora infetta la vite in presenza di piogge continue. In Sicilia non si vede spesso, proprio per la scarsità di precipitazioni durante lo sviluppo dei vigneti: possiamo quindi considerare il 2023 un’annata anomala a causa delle continue piogge nel mese di maggio, che hanno fatto sviluppare il parassita un po’ ovunque nei vigneti, causando in molti casi ingenti perdite di produzione. Anche nelle nostre tenute abbiamo assistito alla comparsa della malattia, e non in tutti i vigneti siamo riusciti a contenere i danni entro una soglia accettabile. È necessario incrementare gli sforzi verso la ricerca e la formazione scientifica dei tecnici per ottenere un’agricoltura sempre più sostenibile”.  Presto per contare i danni, ma il timore che siano alti serpeggia fra i produttori: “Alcune piccole realtà sono state colpite duramente – dice Frescobaldi – Da noi, in Toscana, solo in alcuni punti, soprattutto a Nipozzano (Firenze). I danni ci sono, ma al momento è difficile fare una stima. Si può calcolare, come media nazionale, un 15%, ma si saprà meglio fra un mese”.  

Centro-Sud flagellato

Una delle regioni più colpite è l’Abruzzo, in particolare le colline del Teramano e del Chietino: qui si registrano danni ingenti, con interi raccolti compromessi e trattamenti interrotti perché risultati inutili. Lo testimonia Federico Faraone dell’omonima azienda di famiglia, a Giulianova: “La situazione è grave. L’uva che soffre meno è il Pecorino perché è più resistente al fungo, ma le altre, a partire dal Montepulciano, sono messe male. E se le zone marine resistono di più, quelle collinari sono in crisi. E lo è ancora di più chi è in regime di coltivazione biologica”. Il punto cruciale è che molti viticoltori scelgono di intervenire meno possibile con la chimica in vigna per proteggere l’ambiente, ma la crisi climatica è in pieno atto e mette alla prova chi lavora la terra.

 “Quando l’Ue presenta studi sui danni dei fitosanitari e sull’abbattimento degli strumenti convenzionali usati in agricoltura per le malattie – fa notare Pallini – sicuramente porta avanti un argomento importante, ma bisogna rendersi conto che non siamo ancora pronti per abbracciare metodi del tutto biologici: non è facile tirare una riga, deve esserci una transizione. Inoltre la situazione in Europa è eterogenea: i vigneti dei Paesi del Sud Europa sono resi più fragili dalla crisi climatica rispetto a quelli del Nord, dove anzi, spesso si beneficia del riscaldamento globale. Noi, Grecia, Spagna e un po’ la Francia dobbiamo rimboccarci le maniche. Per questo si deve andare avanti nell’incentivare la ricerca sui sistemi biologici per proteggere le piante”. Rincara la dose Caterina Cornacchia, della tenuta Barone Cornacchia a Torano Nuovo (Teramo), che testimonia le sue difficoltà: “Noi in tutto abbiamo 60 ettari vitati: di questi, alcuni appezzamenti sono stati attaccati pesantemente nonostante i trattamenti a base di rame e di estratto di olio di arancia che brucia l’effetto del fungo: prevediamo danni del 60% fino all’80% nelle parti peggiori. C’è una vigna, nella zona rte bassa della tenuta, dove non so se riusciremo a raccogliere l’uva quest’anno. Il Trebbiano ha sofferto tantissimo e la vendemmia sarà un problema perché c’è una percentuale alta della malattia. La buona notizia è che invece nei cru del Montepulciano siamo riusciti ad arginare il fungo. E siamo anche sollevati al pensiero che la peronospora, per fortuna, non incide sulla qualità, anzi: i grappoli che resistono sono i migliori, quindi raccoglieremo uva di alto valore”.

Sul mare si tira il fiato

A macchia di leopardo, la malattia ha colpito un po’ dappertutto. Gianpiero Gerbi, enologo e docente piemontese, mette in risalto l’aggressività del fungo: “Si è diffusa la forma più temibile (peronospora larvata) che attacca il grappolo e i danni sono sparsi. In Toscana, in particolare in Maremma, si conta una media di danni al raccolto intorno al 15%. Salva la Liguria, dove si può stimare un 1-2% di raccolto danneggiato. Le zone di mare sono al riparo grazie al vento, che asciuga subito le parti bagnate, e dove in generale è piovuto meno”.

Lo conferma Andrea Ferraioli, della cantina Marisa Cuomo in Costiera Amalfitana: “Siamo in un’oasi felice, da noi c’è sempre umidità, ma non c’è ristagno: siamo a 500 metri sul mare e a 350 in linea d’aria, dunque c’è sempre vento. La peronospora ha fatto qualche piccolo danno solo a Tramonti e Ravello Scala. Inoltre, quest’anno la primavera è stata piovosa e fresca, e l’estate è arrivata un po’ in ritardo, prevediamo quindi una vendemmia più tardiva, dal 20 settembre in poi, fino a metà novembre quando raccoglieremo uve tardive quali Aglianico e Ripoli”.

L’incubo delle grandinate

Chicchi di grandine grandi come palline da tennis

Discorso a parte merita il Piemonte, quasi indenne dalla peronospora (la perdita di uva a causa di questo fungo è stimata al 5% in media), ma messo a dura prova dalle grandinate. Prima il 6 e poi il 20 luglio, chicchi di grandine grandi come palline da tennis hanno massacrato i vigneti in Langhe, Roero e Albugnano. E sarà difficile recuperare a causa non solo della grandezza dei chicchi,ma anche della violenza con cui sono scesi, “bastonando” piante e frutti.

Lo spauracchio della siccità

Inoltre, ancora si fanno sentire gli effetti della siccità dello scorso anno. In Monferrato, ad esempio, graziato dalla peronospora, ancora se ne risente. “È una bella annata, sono già caduti 225 millilitri di pioggia, quantità e qualità sono buone per ora – dice Luca Ferraris, produttore della zona del Ruché – Però lo stress idrico dell’anno scorso è stato così forte che molte piante, in zone dove il suolo è drenante, stanno soffrendo ancora oggi”.

Sotto controllo anche nella zona dell’Alto Piemonte. “Contro la peronospora abbiamo fatto i trattamenti per tempo e siamo riusciti ad arginare il fungo con la lotta integrata (trattamenti sistemici chimici alternati a rame e zolfo) – dice Roberto Crosio, produttore dell’Erbaluce di Caluso – Qualche problema però si sta presentando con l’oidio, fungo che si diffonde col caldo”.

Export, produzione e prezzi

Il punto è come risolvere la situazione. Se Pallini si appella alla politica spingendo sulla ricerca, Frescobaldi sottolinea come sia fondamentale regolamentare la produzione e gestire i prezzi: “I magazzini delle cantine in Italia sono pieni di vino (ogni anno si producono circa 50 milioni di ettolitri, ndr). E il fatto che l’export abbia frenato – si registra un meno -5% – e che i consumi da parte degli italiani stiano un po’ scendendo a causa del caro vita (-5-8%), non aiuta. Sul fronte dei prezzi, l’anno scorso sono franati, con una diminuzione del 30-40-50% (penso al crollo del Primitivo), quest’anno diventa cruciale monitorarli per tenerli alti”.

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