Crisi di governo ecco chi sono i Responsabili. Al Senato nasce il gruppo Italia23

Crisi di governo, ecco chi sono i “Responsabili”. Al Senato nasce il gruppo “Italia23”

La Republica News
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Roma – Tra il dire e il fare, si sa, c’è di mezzo il mare. E soprattutto il pallottoliere di Palazzo Madama, ricordano in queste ore nel Partito democratico, non del tutto in sintonia con l’ottimismo di Palazzo Chigi rispetto alla solidità della pattuglia di “costruttori”. Sebbene oggi al Senato sia nato il gruppo MAIE-Italia23, “per costruire uno spazio politico che ha come punto di riferimento Giuseppe Conte”, spiega il sottosegretario agli Esteri Ricardo Merlo.

Se si escludono i 18 senatori di Italia Viva, si parte da 151 voti: sono quelli che esprimono stabilmente – o quasi – la fiducia. Ne mancano dieci, dunque, per la soglia politica minima necessaria per la maggioranza assoluta. Non sono pochi, è la consapevolezza del Partito democratico in queste ore. Ma soprattutto: bastano davvero 161 senatori? O ne occorre qualcuno in più, se si vuole evitare una navigazione burrascosa, anche nelle commissioni parlamentari? E ancora, avere davanti ancora quattro giorni pieni di trattative aiuta i giallorossi, o innesca logoranti mediazioni e giochi al rialzo? È esattamente il senso dell’allarme lanciato dal vicesegretario dem Andrea Orlando: “È chiaro che si può evitare una crisi avendo anche un numero in più, ma non governare avendo un voto in più”. Poi, certo, con un esecutivo in carica è sempre possibile “rafforzarsi” in corso d’opera, però bisogna avere la forza – e i seggi – per riaccendere i motori: “Non vogliamo le elezioni, ma non vogliamo neanche che per evitarle si faccia qualsiasi accrocchio”.

È esattamente questa l’angoscia di alcuni ministri del Pd, in queste ore. Corrisponde alla preoccupazione espressa nei giorni scorsi, nel corso dei vertici di partito, da big come Dario Franceschini, Lorenzo Guerini e dallo stesso Orlando. Era il senso della cautela di Nicola Zingaretti, fino al momento dello strappo di Renzi. Ed è anche la sostanza dell’invito del Quirinale, che continua a ritenere necessari numeri certi e una maggioranza politicamente omogenea.

E invece, l’omogeneità è ancora tutta da costruire. I 151 voti giudicati certi sono questi: 92 del Movimento, 35 del Pd, 8 delle Autonomie (compresa la senatrice a vita Elena Cattaneo), 16 del Misto (inclusi Mario Monti, Sandra Lonardo Mastella, Luigi Di Marzio e Gregorio De Falco, Maurizio Buccarella, Sandro Ruotolo, i 6 di Leu, i 4 del Maie). Come detto, il minimo sindacale per sopravvivere passa dalla conquista di dieci costruttori.

E’ possibile che in Italia Viva si possa verificare uno smottamento rilevante, questa l’analisi condivisa nel centrosinistra. I nomi degli incerti, pronti a lasciare il leader per tenere in piedi un esecutivo europeista e antisovranista, sono quelli di Riccardo Nencini e Vincenzo Carbone, Eugenio Comincini e Leonardo Grimani, Gelsomina Vono e Donatella Conzatti. Quest’ultima, però, sembra sfilarsi: “Non farò parte dei responsabili. Rimaniamo disponibili a un patto di legislatura. Se così non sarà, faremo politica compatti dai banchi dell’opposizione”.

Ecco il problema dell’ottimismo: spinge chi tentenna a non esporsi, oppure a tornare indietro, o a cercare di capire se ne vale davvero la pena. Renzi, d’altra parte, non fa nulla per nascondere le avances ricevute dai suoi senatori: da sempre, la pubblicità ostacola i passaggi da un gruppo a un altro. Lo stesso vale per Forza Italia, dove l’attenzione è rivolta soprattutto a quattro senatori: Barbara Masini, Anna Carmela Minuto e Laura Stabile. Anche qui, una delle dirette interessate – la senatrice Masini – smentisce: “Hanno fatto male i conti, io non sono tra i costruttori”. C’è da capire se invece sarà confermato il possibile coinvolgimento di Paola Binetti – eletta con l’Udc – tra i responsabili. Un suo collega centrista, Antonio Saccone, boccia intanto l’ipotesi di un patto tra l’Udc e Conte: “Non daremo una mano al premier, rimaniamo nel centrodestra”. Il segretario Lorenzo Cesa avrebbe siglato due giorni fa un patto con Matteo Salvini in vista di un possibile ritorno alle urne, anche se ovviamente tutto resta appeso all’evoluzione della crisi.

I vertici dell’esecutivo pensano di avere comunque in tasca almeno sei o sette dei dieci senatori necessari a sopravvivere, toccando quindi virtualmente quota 157-158: due o tre di Iv, due di Forza Italia, un paio di ex grillini. Uno pare sia Lello Ciampolillo, che sarebbe stato arruolato da Michele Emiliano. Un altro è Michele Giarrusso, che però in passato era dato in buoni rapporti con la Lega. Certo, non bisogna dimenticare tre senatori a vita che non partecipano frequentemente al voto d’Aula: Renzo Piano, Carlo Rubbia e Liliana Segre. Un pressing discreto è partito e punta a coinvolgerli, sommando il loro sostegno a quello di altri due “colleghi” come Monti e Cattaneo. Ma certo, arrivare a 161 voti con il sostegno di cinque senatori a vita riapre il dilemma di partenza: può bastare politicamente, e può bastare per governare?

Per adesso, nessuno vuole analizzare anche un altro dilemma: sono tutti “blindati” i 151 voti considerati già acquisiti? La notte scorsa l’assemblea dei parlamentari grillini ha dato occasione a 8 deputati e 5 senatori del Movimento di alzare il prezzo politico per la nuova fase, ribadendo tra l’altro la richiesta di bocciare pubblicamente il Mes. Cinque tra loro sono senatori. Il capo politico Vito Crimi è andato su tutte le furie. L’unico però considerato davvero a rischio a Palazzo Madama è il 5S ligure Mattia Crucioli.

Nuove grane, nuovi problemi. Chi prova a incunearsi è ovviamente Matteo Salvini. “Molti grillini seri stanno bussando alla nostre porte”, sostiene il leghista. “E nel centrodestra vedo più arrivi che partenze”. Propaganda o realtà, ecco il dubbio che agita la vigilia dell’Aula. Anche perché sempre nel Pd uno dei timori sollevati di fronte allo strappo di Renzi passava proprio dallo scenario di un ribaltone, sostenuto da una pattuglia di cinquestelle “di destra”.

Tutto si muove. E martedì, giorno della fiducia nell’Aula di Palazzo Madama, è ancora lontano.



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