Crisi economica e Covid lItalia ne uscira solo con interventi strutturali

Crisi economica e Covid, l’Italia ne uscirà solo con interventi strutturali

La Republica News
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La parola “crisi” contiene le radici etimologiche di decisione e distinzione, non quelle di inconcludenza e genericità che stanno accompagnando il dibattito politico italiano sull’impiego dei fondi europei. Governo e opposizione ritengono di acquisire vantaggi politici indennizzando quanti più elettori possibile e quindi distribuendo i fondi europei in modo indiscriminato. È un errore capitale.

L’emotività suscitata dalla pandemia è giustificata, ma non può essere l’innesco degli istinti. Ci vuole un po’ di sforzo di analisi. Si scoprirebbe che non c’è contraddizione tra la crisi sanitaria e quella economica. Entrambe colpiscono gli organismi anziani affetti da malattie pregresse. In tutti e due i casi i problemi per la collettività sono arrecati da soggetti protetti, “asintomatici”, e si scaricano sui più deboli. Entrambe le crisi per essere contrastate richiedono solidarietà, rispetto delle regole, istituzioni pubbliche efficienti e soprattutto capacità diagnostica. Come osserva Paolo Gentiloni nell’intervista a Repubblica, rischiamo di sprecare l’ultima opportunità di risanamento del Paese.

La pandemia è stata affrontata con forme di rimozione collettiva che hanno consentito di valicare il dolore della perdita dei cari, ma dei quali non conosciamo ancora i danni profondi. La gestione della crisi economica ha invece spostato in avanti il dolore dei vivi, di chi avrebbe perso il posto di lavoro, l’attività di una vita, o i mezzi di sussistenza. Il governo ha rinviato i fallimenti e bloccato i licenziamenti nell’attesa che la crisi si esaurisse e le energie vitali dell’economia compensassero i danni del 2020. Non era una speranza azzardata: nei sistemi economici dinamici la ripresa del 2021 sanerà buona parte dei guasti. Negli Usa si prevede che a fine 2021 il reddito sarà tornato al livello di inizio 2020 facendo di questa crisi solo la terza recessione più grave delle dodici che hanno colpito l’economia dal dopoguerra. Nei prossimi mesi però in Italia non sarà più possibile rinviare fallimenti e licenziamenti e sarà l’eventuale forza della ripresa ad attenuare i danni profondi e la sofferenza. Al cuore della diagnosi c’è dunque il risanamento delle malattie pregresse, cioè dei fattori che hanno impedito all’economia italiana di crescere negli ultimi trent’anni.

È in questo contesto che va inquadrato l’utilizzo delle risorse europee. Governo e opposizione ci inducono a credere che ci vogliano grandi quantità di debito per ripartire o che il paese sia a corto di investimenti in generale, o infine che ci siano settori buoni e altri cattivi. Ma non è così, la malattia italiana è sottile, differenziata, micro e non macro, immateriale anziché materiale.

Negli stessi settori o nelle stesse regioni ci sono imprese forti, in grado di espandersi e assumere, e imprese arroccate e asfittiche. La differenza dipende talvolta da rendite di posizione (che vanno contrastate, non protette), ma più di frequente è data da ricerca, tecnologia, buona organizzazione e collaborazione tra capitale e lavoro, cultura degli azionisti e del management. Dalle crisi di fiducia degli anni Novanta, l’Italia ha un problema di “tecnologia e cultura”: fattori immateriali che richiedono investimenti rischiosi, perché hanno costi iniziali elevati e rendimenti incerti o dilazionati. Le banche sono restie a finanziarli, così richiedono assunzione di rischi, accesso ai mercati dei capitali e maggiore trasparenza nella gestione e nella proprietà delle imprese. Con l’uso indiscriminato dei fondi europei, ci illudiamo invece di tenere a galla imprese che stavano affogando già prima della pandemia, con sempre meno lavori e sempre peggio pagati.

I fondi europei non sono una medicina, ma un anestetico. Servono ad aiutare chi soffre nel corso della transizione dall’economia sclerotica e opportunistica degli ultimi 30 anni verso un sistema dinamico. Chi perde lavoro e reddito va soccorso e aiutato a imparare mestieri migliori, con più cultura e più tecnologia, città per città, impresa per impresa, per tutto il tempo necessario. L’uso indiscriminato dei fondi europei per regioni o settori – fossero anche quelli digitali o ambientali – lascerebbe invece molto debito e rare opportunità alla Next Generation. Pensare alle persone e preparare il loro futuro è l’ultimo insegnamento che accomuna crisi sanitaria e crisi economica.



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