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Cultura dello stupro: cos’è e quando si parla di “rape culture”

La Republica News
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“Sono solamente ragazzi”, “stavano giocando”, ma poi lei “indossava una gonna troppo corta”, “era ubriaca”, “se l’è cercata”. E così via. Sono tante, tantissime, le frasi che è facile ascoltare quando si parla di violenza sessuale subita da una donna ma a partire dagli anni Settanta gli studi di genere e la sociologia hanno dato un nome a questa tendenza di normalizzare, o ancora peggio, giustificare lo stupro e altre forme di violenza. Si chiama “cultura dello stupro”, dall’inglese rape culture, e include tutti quegli atteggiamenti che minimizzano, e spesso incitano, alla violenza sulle donne tra i quali la colpevolizzazione della vittima, l’oggetivazione sessuale, lo slut shaming, termine utilizzato per stigmatizzare comportamenti e desideri sessuali femminili percepiti come non accettabili.  

“Quando parliamo di cultura dello stupro indichiamo codici di comportamento e valoriali che riproducono il totale controllo del corpo maschile su quello femminile, la cui volontà viene tacitata e il cui desiderio è annullato. In questo modo il consenso di una donna non è rilevante e rimane slegato dalla sua possibilità di dire sì o no”, spiega Michela Cicculli, attivista della casa delle donne Lucha y Siesta.

“Il corpo femminile è destinato a essere oggetto o preda, di stupro, di catcalling, di molestie online come denuncia un numero crescente di giovanissime che si rivolgono al centro antiviolenza Titano gestito a Roma dall’associazione Lucha y Siesta. Qui le donne e le ragazze denunciano stupri e violenze avvenuti in ogni luogo, pubblico o privato”, aggiunge. 

Il termine inizia a essere utilizzato a partire dalla seconda ondata femminista, sviluppatasi negli Stati Uniti negli anni Settanta, e tra le prime a parlarne in maniera diffusa nel 1975 c’è la regista americana Margaret Lazarus che nel documentario Rape Culture affronta il tema della rappresentazione dello stupro al cinema e nelle arti performative; prima di lei, la giornalista e scrittrice americana Susan Brownmiller nel libro Against our will: Men, women and rape  aveva utilizzato il termine per parlare di una “cultura solidale con lo stupro”. 

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In tempi più recenti, con la pubblicazione nel 1993 del libro Transforming Rape Culture, le autrici Pamela Fletcher, Emilie Buchwald, Martha Roth, hanno spiegato che la cultura dello stupro viene praticata “in quelle società dove la violenza è vista come sexy e la sessualità come violenta e nelle quali le donne vivono una continua violenza minacciata, dai commenti ai rapporti fisici fino allo stupro”. Le autrici poi specificano che “nella cultura dello stupro si arriva a considerare normale il terrorismo emotivo che viene esercitato nei confronti delle donne fino al punto che sia gli uomini che le donne arrivano a percepire la violenza sessuale come qualcosa di inevitabile, come la morte o il pagamento delle tasse”.

A margine di questa definizione, rientrano nel concetto di rape culture gli stupri in prigione e in tutte quelle zone di guerra nelle quali la violenza è utilizzata come dominazione psicologica; oltre alla pornografia legata alle fantasie di stupro. A raccogliere il lavoro svolto negli anni Settanta dalle femministe della seconda ondata ci sono state negli ultimi anni le attiviste del movimento SlutWalt – attive soprattutto a partire dal Duemila – e successivamente quelle del MeToo. Fa parte del processo sociologico di definizione della cultura dello stupro anche quella del disvelamento mascolinità tossica che, sotto la pressione della società, spingerebbe gli uomini a incarnare comportamenti dominanti, spesso derivanti in misoginia e omofobia espresse attraverso atti violenti.

“La cultura dello stupro minaccia dunque i corpi e le vite, il diritto allo sviluppo di una libera e piena cittadinanza. Come posso essere cittadina a pieno titolo se non sono libera di camminare dove e come voglio, come posso essere protagonista della vita pubblica se nelle strade vivo la minaccia che la mia volontà venga taciuto e il mio consenso mai preso in considerazione?”, conclude Cicculli. 



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