Cuore: ecco le terapie personalizzate

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NEGLI ultimi decenni, l’industria farmaceutica ha conosciuto una crescente difficoltà a rientrare negli investimenti di ricerca e sviluppo di nuovi farmaci, trovandosi in una sorta di doppio vincolo: la necessità di rinnovare costantemente la ‘pipeline’ dei nuovi prodotti in un contesto in cui i costi per lo sviluppo sono cresciuti esponenzialmente. Un indicatore dell’andamento sono i costi di immissione in commercio di un nuovo farmaco, che si sono raddoppiati ogni 9 anni, a fronte di una maggiore probabilità di insuccesso durante la sperimentazione. Si è registrata negli anni una crescita annuale di circa il 3,6% dei costi di ricerca e sviluppo dei farmaci, contro una crescita delle vendite non superiore al 2%.

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Terapie sempre più personalizzate

Appare chiaro che il contesto internazionale della ricerca farmacologica sia destinato a cambiare in tutti i settori, inclusa la cardiologia. Il paradigma del farmaco “buono per tutti” si sta evolvendo verso il nuovo, che prevede un approccio delle terapie molto personalizzato, il farmaco “buono per ciascuno”. Per questo, l’industria necessita di dati che provengono direttamente dalla biologia e dai pazienti, attraverso le “scienze omiche”, quali la genomica, la proteomica, la metabolomica, che rispondono alla necessità di identificare in maniera efficiente target molecolari per nuove terapie farmacologiche avanzate, riducendo tempi e costi di produzione e di immissione nel mercato. Si tratta di una rivoluzione del processo di sviluppo dei farmaci, che è stato guidato fino ai giorni nostri dal concetto “Ehrlichiano” di specificità dell’interazione tra un farmaco e un bersaglio molecolare, attraverso il modello meccanicistico della “chiave” (farmaco) e della “serratura” (bersaglio molecolare), che presuppone un approccio riduzionistico della biologia.

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L’approccio moderno della farmacologia deve tenere conto della complessità dei sistemi biologici e riconoscere che un farmaco ha come bersaglio non una singola molecola biologica, ma un insieme di molecole, che interagiscono all’interno di una rete biologica più complessa. Il problema che nasce da un tale cambiamento di paradigma è la gestione dell’enorme mole di dati biologici. E qui si inserisce il secondo fattore di cambiamento, le tecnologie digitali, alleato fondamentale della ricerca accademica e industriale. Secondo Farmindustria, le aziende del comparto della salute imboccheranno la strada dell’innovazione digitale: l’88% pensa di portarla nella produzione e il 71% nella ricerca. È un mercato che, in Italia, secondo uno studio del Politecnico di Milano, vale 1,1 miliardi di euro. Il motivo di tanto interesse è presto detto.

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La gestione dei dati derivati dalla biologia, i cosiddetti big data, mediante processi computazionali innovativi, come il machine learning e l’intelligenza artificiale, in grado di prevedere i bersagli dei farmaci e operare studi clinici “simulati”, accelera il processo di scoperta di nuovi target e/o di riposizionamento dei farmaci. Segue un impatto positivo sia dal punto di vista del “time to market” di un farmaco, sia economico, abbattendo costi e tempi. L’industria e il mondo della ricerca biologica e tecnologica sono chiamati a creare nuove forme di collaborazione per favorire modalità più efficaci di realizzazione di ricerca e innovazione. Covid-19 ha insegnato che il modello vincente è un’alleanza tra industria, start-up, centri di ricerca, istituzioni e corpi intermedi rappresentativi dell’interesse pubblico. Sarebbe fondamentale, lo dico pensando al nostro Paese, non disperdere questo insegnamento.

Giulio Pompilio è direttore scientifico Centro cardiologico Monzino, Irccs, Milano

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