Dal contratto ai controlli: come vive un fornitore di filiera

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C’è un aspetto che rende ancora più stretto il legame di Coop con i territori: è il rapporto che la cooperativa instaura con i propri fornitori. Un legame che non è solo economico, legato dalla necessità di acquistare prodotti che poi riempiono ogni giorno gli scaffali. Ma che è dettato dalla volontà di proteggere le eccellenze italiane, le loro particolarità e quindi tutelare il lavoro e la terra in ogni area del Paese. Un concetto espresso con forza dalla “Carta dei Valori delle Cooperative di Consumatori”, che recita così: “La cooperativa sceglie i fornitori nell’interesse dei suoi soci e di tutti i consumatori. Vengono privilegiati i fornitori che godono di buona reputazione, che hanno stabilito codici etici per il loro comportamento, che sviluppano programmi sociali, che si dimostrano sensibili ai problemi ambientali, che adottano politiche del lavoro corrette, che si impegnano nell’innovazione e che riconoscono il valore dell’economia cooperativa. I rapporti con i fornitori non potranno che essere improntati a trasparenza, onestà e correttezza reciproche”.

L’integrazione sociale è uno dei fattori che determinano la scelta di un fornitore all’interno di una filiera. (foto: La Buona Terra – Mostra Coop 2016) 

Valori, quindi, che riguardano un’ampia platea di aziende che negli anni sono entrate a far parte del mondo Coop. Guardando ai numeri, sono 5.750 i fornitori di merci di cui il 75% è costituito da aziende di medie e piccole dimensioni. L’83,5% dei produttori a marchio Coop è italiano e il 38,3% delle materie prime dei prodotti a marchio è di origine italiana. La percentuale sale al 55,8% se l’origine “Italia” è una delle possibili scelte, accanto anche a materie prime di altre nazioni. Ammontano a ben 9,2 miliardi gli acquisti effettuati dalle cooperative presso i fornitori di merce (mentre il valore del contrattato da Coop Italia è di 8 miliardi) e la percentuale più alta sul fatturato d’acquisto riguarda il grocery alimentare (quindi gli alimenti freschi o confezionati) che pesa per il 34,5% sul totale. Al secondo posto, con il 27,37%, i freschi e surgelati, e poi a seguire ortofrutta (10,30%); chimica (9,42%); non alimentari (7,87%); carni (6,82%); pesce (2,50%) e salute (1,27%).

Per Coop sono tre le leve strategiche che spingono i contratti con i fornitori. La prima è l’attenzione al “locale”, anche grazie al forte legame territoriale garantito dalla relazione virtuosa fra politiche sociali e commerciali, ma anche lo sviluppo delle piccole e medie imprese italiane e la particolare cura verso la realtà cooperativa. Tutti elementi che hanno contribuito a far emergere l’impegno di Coop premiato anche nel rapporto stilato da Oxfam sulla giustizia nella filiera agroalimentare. L’indagine analizza il modo in cui la Gdo (e in particolare oltre a Coop anche Conad, Esselunga, Gruppo Selex e Eurospin) tratta quattro temi chiave – trasparenza e accountability, diritti dei produttori di piccola scala, diritti dei lavoratori agricoli, diritti delle donne – all’interno della propria filiera di approvvigionamento agricolo. Coop mantiene in media punteggi più alti su tutti i parametri presi in esame, con un miglioramento complessivo del 13% delle proprie politiche.

La filiera: rivoluzione umana dell’agroalimentare

Significativi sono anche i progressi di Conad e Esselunga in tema di tutela dei lavoratori – entrambi + 25% – e di difesa dei piccoli produttori rispettivamente + 25% e + 21% Selex, che ha messo in campo un progressivo impegno in termini di trasparenza, con la pubblicazione di policy aziendali inerenti i diritti umani nelle filiere, e l’avvio di un importante progetto di produzione agricola etica. Un lavoro che porta l’azienda dallo 0% del 2018 ad un +23% nel 2019. Nonostante questi progressi, dai risultati dell’indagine è allarmante constatare il completo ritardo degli operatori della Gdo nell’integrare una prospettiva di genere nelle proprie politiche di approvvigionamento. Sul tema dei diritti delle donne, solo Coop raggiunge un + 14%, mentre le altre quattro aziende ottengono un punteggio pari a zero, per il secondo anno.

Il gender gap nella filiera agroalimentare italiana è ancora troppo ampio, se si analizzano i dati delle grandi catene di Gdo. (foto: La Buona Terra – Mostra Coop 2016) 
“Le richieste di Coop ai propri fornitori non sono mai di facile realizzazione perché è sempre pioniera nella scelte che fa e quindi i fornitori sono posti di fronte a nuove sfide – spiega Alessandra Damiani, responsabile commerciale della Orsini e Damiani, azienda marchigiana che lavora e commercializza frutta e verdura servendo i più grandi gruppi della Gdo italiana -, ma ci affianca sempre in questi nuovi percorsi aiutandoci a raggiungere gli obiettivi. Queste scelte si sono rivelate nel corso degli anni corrette e hanno tracciato spesso il percorso di leggi o normative poi applicate da tutti. Sicuramente il passaggio più importante è quello di comunicare ai consumatori cosa c’è dietro i prodotti”. Questo aiuta a comprendere che un prezzo equo non è sempre il pezzo più basso. Tra le richieste di Coop ai fornitori, l’iscrizione alla Rete del Lavoro Agricolo di Qualità. “Una richiesta accettata subito con favore da parte dei nostri produttori. Ma per far capire quanto a volte Coop arriva prima di altri ad affrontare alcune problematiche, nemmeno l’Inps era pronta a gestire le nostre pratiche burocratiche per le iscrizioni”, racconta Damiani.

Una fase del processo di confezionamento alla Cooperativa Aurora, Pachino 

Una visione che trova d’accordo anche Salvatore Dell’Arte, presidente della Cooperativa Aurora, realtà storica del territorio di Pachino nata da un gruppo di 16 agricoltori il 6 luglio 1976 e che oggi raccoglie ben 87 soci produttori. “Quello che ammiro in Coop è l’organizzazione e i suggerimenti che danno per aumentare la qualità. Ci fa proiettare in avanti, per essere sempre migliori”.

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