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Dal Pci al pensiero meridiano, come è difficile dirti addio: la lettera di Vendola a Franco Cassano

La Republica News
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Caro Franco,

è doloroso salutarti: è troppo presto, siamo troppo soli, siamo troppo disorientati, ci sono troppi lutti a segnare la nostra esistenza di individui sociali e di animali politici. Non abbiamo ancora finito di confrontarci, di conversare, di dirci tutte le distanze e le vicinanze che ci legano: e sono tante le inquietudini, i dilemmi, gli spaventi, ma anche le speranze e persino le neglette utopie che chiedono a noi, con le indimenticabili parole di Franco Rodano, di “cercare ancora” (“cercare”: quel verbo all’infinito che è stato per noi il senso stesso del vivere; “ancora”: quell’avverbio ostinato e talora struggente che ci obbliga, dopo ogni caduta, a rialzarci in piedi e a ricominciare).

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Il primo approdo, il luogo naturale del nostro “cercare” giovanile fu il Pci, e quel battesimo alla politica fu una specie di marchio di fabbrica, un architrave delle biografie di ognuno di noi, persino una mitologia fondativa che non invoca solo rispetto e nostalgia ma che merita soprattutto memoria e conoscenza. Quel Pci della terra di Bari era il crocevia di tante vicende di ribellione e di libertà, il luogo di confronto (e di scontro) di soggetti e territori sociali diversi, ma anche di generazioni diverse e persino di “comunismi” differenti.

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Quel luogo spinse la gioventù intellettuale formatasi a cavallo del Sessantotto a incrociare le lotte dell’entroterra bracciantile e quelle operaie della zona industriale: e la mitica federazione provinciale comunista, al primo piano del palazzone di Via Trevisani nel quartiere Libertà, fu un originalissimo incubatore di intelligenza critica, di marxismi anti-dogmatici, di pratiche politiche fondate sull’inchiesta sociale e sul radicamento territoriale. In quelle stanze disadorne e asfissiate dal fumo delle sigarette, circolava un bel pezzo di Università (filosofi, storici, critici letterari, scienziati) e si incontravano i protagonisti di quel circuito politico-editoriale che da Laterza a De Donato a Dedalo aveva portato Bari nel mondo e il mondo a Bari.

Nonostante il lavoro instancabile dei quadri, dei funzionari e dei militanti, quel Pci agiva in condizioni difficilissime, oggi diremmo di resilienza, in un’era in cui erano tutti vigenti gli assiomi del “teorema democristiano” e più tardi la sfida craxiana, con la sua premessa di spregiudicatezza post-ideologica e la sua promessa di modernità, faceva della Puglia e di Bari un laboratorio politico nazionale. Tuttavia la lunga e faticosa semina di saperi critici e di pratiche sociali alternative alla lunga non restò infruttuosa: mise radici, sedimentò idee e orientamenti, formò frammenti di quella classe dirigente che una strana e gentile rivoluzione avrebbe portato al governo della città capoluogo e della regione negli anni 2004-2005. E il sociologo della “ecole barisienne” fu il vero precursore della cosiddetta “primavera pugliese”.

La cosa che ho amato più di te, caro Franco, è quell’idea di “leggerezza” che comunicavi: con lo sguardo, con il timbro naturalmente pedagogico della tua voce, persino con le rotondità del tuo corpo. Non quella leggerezza stolta ed effimera che è sinonimo di superficialità e talvolta di irresponsabilità, bensì la leggerezza “insegnata” da Italo Calvino nelle sue “lezioni americane”: “planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”. La leggerezza del danzare la vita, della provocante scoperta dell’altro e della irriducibilità della sua alterità, del considerare il “senso del limite” (nella relazione individuale come nel rapporto con l’universo) non un divieto ma una occasione per imparare la cura del creato e la cura dell’umano.  

Prendiamo la questione del Sud: non l’hai acchiappata dal lato della sacrosanta invettiva contro quella narrazione dominante che il Sud lo ha semplicemente ammutolito, riducendolo a inferno di arretratezza e criminalità, e che in un paradossale capovolgimento della storia d’Italia ha evocato una “questione settentrionale”. Il Sud lo hai liberato, nelle tue parole, dai complessi di colpa e dalla dannazione delle tare genetiche, e lo hai semplicemente collocato al centro di una visione politica (ma anche antropologica): questo tuo Mezzogiorno è l’Europa che si tuffa nel Mediterraneo, è la sfida geo-politica cruciale per la pace e la “convivialità delle differenze”, è la capacità di raccontarsi dando valore ai propri codici, ai propri tempi, ai propri colori, al proprio straordinario valore aggiunto. E di questa terra in cui è più agevole la lentezza, l’otium, la preghiera, la contemplazione, hai saputo intravvedere i germogli di una socialità meno compressa dalla coazione mercantile. Anche per questo ci mancherai tanto. E ti piangiamo per gratitudine e per solitudine.



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