D’Alie “Sarò anche piccola ma gioco solo in grande”

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TOKYO – Per salire sul podio olimpico l’Italia femminile del basket da strada monta ancora sulle spalle della playmaker più bassa che c’è. «Potevo accontentarmi – dice Rae Lin D’Alie, italoamericana, 33 anni – invece ho scelto di puntare al massimo pur sapendo di essere minima. Non arrivo a 1 metro e 60, tutti mi consigliavano altri sport. Invece io ho creduto al mio sogno, mutato in messaggio di fiducia per quelli che non si sentono all’altezza».

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Ha segnato lei il canestro sulla sirena al preolimpico di Debrecen che ha qualificato le ragazze del 3×3, che hanno già vinto un Mondiale nel 2018. Esordio domani contro la Mongolia, quindi Francia, Romania, Cina, Giappone, Stati Uniti e Russia. Per lo “streetball”, nato a fine anni 80 nei quartieri poveri di New York e oggi primo urban sport globale, è il debutto olimpico assoluto. A giocarsi una medaglia su metà campo e con il canestro unico, anche Chiara Consolini, Giulia Rulli e Marcella Filippi, tutte star pure nel basket classico. «L’impossibile, se inseguito con determinazione, la voglia di giocare e di divertirsi insieme, può diventare possibile», ripete il coach Andrea Capobianco. Sintesi della voglia di riscatto popolare coniugata in fiducia sportiva, è Rae Lin D’Alie, la piccola stella. I suoi bisnonni sono emigrati nel Wisconsin da Lazio, Campania, Calabria e Sicilia. Allo sbarco negli Usa il cognome D’Elia fu trascritto sbagliato e nessuno l’ha più corretto. «Sono la penultima di sei figli – dice la capitana azzurra nel villaggio olimpico – in famiglia eravamo in quaranta e a Waterford la cosa più bella era mangiare gli spaghetti della nonna ogni santo giovedì. Mio padre Anthony è stato un pugile, “the italian bomber”, io non sapevo una parola d’italiano, ora canto a memoria tutto l’inno di Mameli. Per il basket sarò anche bassa, ma sono la prova che i limiti posso rivelarsi qualità».

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Capita che i campioni non possiedano ciò che comunemente viene considerato indispensabile per esserlo. Altezza e fisico, nel basket più che nel calcio, per i “normali” sono la base. Poi però c’è la tecnica, la visione dello schema, quel non so che di inconcepibile che rende unica la torta della mamma. A partire da una testa molto dura. «Quando mi sono accorta che non riuscivo a crescere di più – dice Rae Lin – mi sono concentrata su come diventare straordinaria restando fisicamente ordinaria. Di notte scendevo in garage, accendevo i fari dell’auto di famiglia, alzavo lo stereo e mi allenavo fino all’alba con il canestro appeso al muro. Così ho scoperto l’istinto, a muovermi ad una velocità diversa dalle altre, a vedere gli spazi impossibili lungo le linee che passano sotto le braccia delle avversarie».
In Italia da un decennio, prima che a Bologna e presto a Crema, ha giocato a Taranto e a Salerno, dove ha scoperto di vivere a due passi da Calvanico, il paese d’origine di una parte della sua famiglia. Al liceo ha portato il suo Waterford Union fino alle finali nazionali al Madison. Si è quindi guadagnata una borsa di studio a Wisconsin, dove alla squadra di basket mancava il play. «Anche Muggsy Bogues, il più piccolo di sempre in Nba, a fine carriera è arrivato a 39 stoppate. Adesso sono qui, a tentare di regalare all’Italia il primo oro olimpico della storia nel basket 3×3».

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Con lei un terzetto magnifico che sta lanciando la disciplina in tutta Italia. «Perché è divertente – spiega Marcella Filippi – si gioca con la musica e per strada, come da bambini. Tutto in soli dieci minuti: questo rende le partite spettacolari e vicine ai tempi di visione dei teenager». Cristiana evangelica, anche Rae Lin ha cominciato in un cortile per uscire da un periodo difficile. Oggi legge la Bibbia tutti i giorni e parla con Dio, convinta che «lui è ovunque, anche in mezzo a un playground». Per questo gioca con il numero 2, fedele al movimento “I am second” che insegna come “siamo tutti secondi perché al primo posto c’è Gesù”. «Da tre anni – dice Rae Lin – penso a questo momento e sogno, da più bassa del torneo, di salire sul gradino più alto del podio».

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