Dalla pandemia al clima, l’agenda di Draghi per il patto del G20

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ROMA — È l’ultimo miglio. Ed è complicato da percorrere. Mario Draghi si prepara al G20 di Roma del 30-31 ottobre investendo ogni energia nello sforzo diplomatico per arrivare a un documento condiviso dei Venti sui principali nodi in agenda. Sono quattro: il clima, le politiche di contrasto alla pandemia, la ripresa economica e la crisi afghana. Che non sarà ufficialmente in agenda, perché già affrontata nel recente summit straordinario, ma tornerà in tutti i colloqui bilaterali tra i leader.

L’emergenza ecologica, innanzitutto. Lungo un filo fragile e sottile corre un possibile patto sul clima. Il rischio, ancora concreto, è una battuta d’arresto drammatica rispetto all’improcrastinabile transizione ecologica globale. Il premier punta a siglare un patto tra i Venti, senza i quali non ha senso ipotizzare l’obiettivo di emissioni zero: i Paesi presenti al summit producono il 75% dell’inquinamento globale, ogni decisione passa da loro. Con una piattaforma comune si porrebbe la base per il successo della Cop26 di Glasgow.

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Non ci saranno né Vladimir Putin, né Xi Jinping. Interverranno in video-conferenza, rappresentati dai rispettivi ministri degli Esteri. Non è il miglior viatico per un accordo. E se anche le restrizioni nazionali per il Covid giustificano formalmente i due leader, è evidente che defezioni in presenza di questo calibro complicano il compito di Draghi. Il quale può contare comunque sull’attivismo di Joe Biden, capofila di un accordo ambizioso, anche se frenato da dinamiche interne. Con il presidente Usa, avrà venerdì un bilaterale. La mediazione di queste ore ruota essenzialmente attorno alla necessità di una data condivisa per le emissioni zero. Europa e Usa insistono per il 2050, la Cina non vuole accettare nulla meno del 2060. Non è un dettaglio, visto che ieri l’Onu ha lanciato l’allarme: senza un drastico taglio la temperatura globale aumenterà di 2,7 gradi entro il secolo.

L’Europa, da questo punto di vista, si muove compattamente. Resta il fatto che ogni impegno deve garantire una progressione sincronizzata per evitare squilibri competitivi tra Occidente e Oriente. I Paesi emergenti reclamano risorse per passare alle rinnovabili. L’approccio della presidenza italiana vuole essere pragmatico e non esclude né l’aumento dell’attuale dotazione di 100 miliardi di investimenti già prevista, né mirate eccezioni per chi parte da una condizione di svantaggio. Ma a una precondizione: l’adesione di Pechino. Senza, ogni intesa diventa insostenibile per tutti.

La ripresa e la lotta al Covid sono gli altri nodi del vertice. Tra loro strettamente connessi. Gli impegni già assunti in occasione del Global Health Summit di maggio per vaccinare i Paesi in via di sviluppo sono stati disattesi. Saranno ribaditi a Roma, in modo da dare impulso a consegne che arrancano: finora non più del 10-20% delle dosi promesse dai Paesi ricchi e dalle multinazionali sono arrivate a destinazione. Il vertice sarà l’occasione per ufficializzare la global minimum tax. Il compromesso raggiunto a Venezia dai ministri delle Finanze dei Venti prevede un’aliquota minima al 15% per le multinazionali, a prescindere da dove realizzino i profitti.

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