Dalla star dei social al finto nullatenente: i re della truffa al fisco

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Piccoli errori, avidità, attenzione ai dettagli da parte delle forze dell’ordine: così si smascherano i raggiri nei confronti dello Stato di chi non è in regola con il versamento delle imposte

I lavori in rete: la celebrità del web con gli accrediti dall’estero

Il primo allarme lo ha lanciato un direttore di banca di Ravenna, insospettito dai movimenti sul conto corrente di un ragazzo di 25 anni dove arrivavano cospicui e continui bonifici da conti correnti esteri e dalle strane causali. Non grandissime cifre, ma numeri comunque importanti: mille, duemila, cinquemila euro alla volta. Così come impone la legge, ha segnalato il tutto all’Antiriciclaggio. E da lì tutto è finito sul tavolo del nucleo di polizia valutaria di Roma che ci ha messo poco a capire. Conoscevano quel tipo di bonifici, nessun mistero: quel ragazzo era un influencer. È così che il suo nome è finito in un elenco più ampio di evasori totali e digitali nell’ambito di un’inchiesta più ampia proprio sul mondo di chi lavora e quindi guadagna con i social, ma ritiene di non dover pagare le tasse in Italia. Le cifre sono importanti: l’influencer di Ravenna in un anno aveva guadagnato 300mila euro circa, non avendo dichiarato nulla. Evasore totale. Stessa situazione di un suo “collega” napoletano. Centocinquantamila euro di bonifici. Zero di tasse pagate. Di più: risultando nullatenente, l’Inps gli stava versando anche il reddito di cittadinanza. Sedicimila euro circa già versati che, chiaramente, gli sono stati chiesti indietro. «La cosa più incredibile», spiegano i finanzieri, ricordando che chiaramente chi lavora con il digitale è da ritenersi un lavoratore autonomo e come tale deve rapportarsi con il fisco, «è che al momento dell’accertamento, erano increduli davanti alle nostre domande e alla prospettiva di una multa salata e di conseguenze anche più gravi. Noi siamo influencer, ci pagano dall’estero sulle poste pay mica dobbiamo pagare le tasse” ci hanno risposto. Sbagliavano.

Il professionista: una vita a cinque stelle scoperta grazie al buono spesa

Nell’ambiente, è considerato un personaggio mitologico: Vittorio Zaniboni, mediatore immobiliare e commerciante di auto di lusso, proprietario di un attico da 240 metri quadri in pieno centro a Genova e titolare di una collezione di una ventina di auto di lusso e d’epoca, ognuna delle quali vale qualche centinaia di migliaia di euro. Per dire: qualche anno fa ha venduto il primo modello di Ferrari costruita per uso stradale, per un milione di dollari. Bene, ciò nonostante Zanoboni per il fisco risultava nullatenente. Zero euro dichiarati, un Isee da poche migliaia di euro e un tenore di vita a cinque stelle grazie, a credere a lui, all’aiuto di amici generosi. A fregarlo è stata la richiesta di un bonus spesa al comune di Genova, durante il Covid: diceva di non poter nemmeno mangiare, e così come da prassi sono partiti i controlli incrociati ed è venuto fuori l’attico e il parco di supercar. Zaniboni è stato così processato e condannato, nel marzo scorso, in primo grado a sette anni e cinque mesi. «Un’ingiustizia» ha gridato lui, il “Briatore genovese”, come lo chiamano gli amici, in un’intervista al Secolo XIX. «Ma in appello sarò assolto perché non ho commesso quello di cui mi accusano. Nessun tesoro, ho avuto un’eredità e da lì è partita la compravendita di auto di lusso. Mia madre mi ha regalato una Ferrari quando avevo 22 anni, è una passione. E poi: posso capire se uno mi dà due o tre anni ma così no, ci vuole un po’ di decenza». Qualche mese fa ha recitato in un videoclip di una canzone che diceva: «Starà in villa da indagato finche il Fisco non mi porterà in prigione». Zaniboni ha restituito i soldi del buono spesa mentre continua a vivere nell’attico nel centro della città. Per il momento.

La truffa “carosello”: fatali i controlli alla Bmw con il libretto tedesco

Questa storia comincia con una paletta alzata poco fuori Foggia, su una strada provinciale. Alla guida un ragazzo di 34 anni, nessun precedente penale, che si è fermato diligentemente a quello che aveva tutta l’aria di un controllo. Ha esibito la targa provvisoria della Bmw di cui era alla guida, nonché i documenti di proprietà tedeschi, raccontando agli agenti che tornava proprio dalla Germania, per portare l’auto a una ditta che lo aveva incaricato del trasporto.

Sembrava tutto in regola se non fosse stato per un finanziere più zelante degli altri, che arrivava da una settimana di lavoro molto particolare: avevano scoperto presso lo studio di un notaio della provincia foggiana, conosciuto e rispettato, una classica contabilità parallela, ricostruendo che il 20 per cento circa di quello che incassava era in nero. Giustificando le parcelle ribassate con «prezzi di favore ad amici e familiari».

In ogni caso, a quel finanziere quella macchina con la targa provvisoria non è piaciuta per niente. Ed è così che ha chiesto ad alcuni colleghi di approfondire il lavoro della società. C’è voluto poco per capire cosa ci fosse dietro: il proprietario dell’azienda era un signore di Cerignola apparentemente nullatenente, zero euro dichiarati al Fisco. Eppure la sua società aveva un giro di affare da venti milioni di euro: compravendita di automobili, dalla Germania all’Italia, con dietro una truffa del genere di quelle carosello. Risultato: l’imprenditore non aveva versato al fisco circa 1,5 milioni di euro, somma che gli è stata sequestrata.

Gli uomini guidati dal comandante provinciale Leonardo Ricci hanno infatti sequestrato soldi, conti correnti e 51 auto – tutte di lusso, tutte di marca tedesca – pronte a essere messe sul mercato. Chiaramente a tasse zero.

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