Delitto di Torino, ecco chi è Gino, il presunto killer di Massimo Melis

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Cinque negozi e tre portoni separano in corso Vercelli il bar L’angelo azzurro in cui lavorava fino a venerdì sera il presunto assassino di Massimo Melis da quello, all’angolo con via Gottardo, in cui l’ambulanziere della Croce verde andava a prendere il caffè per incontrare la sua amica Patrizia. Una vetrina dell’ottico, due della sala scommesse, un minimarket, un negozio chiuso, un internet point, ai numeri civici 159, 161 e 163. Poche decine di metri di un largo marciapiedi in cui si incontrano sempre le stesse facce nell’andirivieni quotidiano. Ed era qui che Luigi Oste, per tutti Gino, incontrava qualche volta l’uomo che ha freddato domenica scorsa, alle nove di sera, con un colpo di pistola alla tempia. Un delitto che ha scosso chi vive a Barriera di Milano, e che da giorni si interrogava su chi potesse aver voluto fare del male a quell’angelo buono, come tutti descrivono Massimo.

Torino, svolta nel delitto di Massimo Melis: fermato il presunto assassino. Luigi Oste ha ucciso per gelosia, già arrestato in giugno

La serranda del Caffè Gottardo non si alza più da domenica scorsa, quella dell’Angelo azzurro – triste coincidenza per la storia di Torino – è stata abbassata ieri pomeriggio subito dopo che si è diffusa la notizia che il presunto omicida era proprio il barista. Sul vetro è comparso un curioso cartello: “Chiuso per restauro”.

La gente passa davanti, si informa ai capannelli dei residenti, e riceve per tutta risposta mezze parole e cenni d’intesa. Nessuno parla volentieri troppo apertamente. “Abbiamo subito capito che poteva essere uno di noi – racconta un commerciante – Qui la gente vive dentro confini ben precisi. Certo sapere di Gino fa impressione, non ce lo aspettavamo proprio”.

Nessuno aveva collegato il fatto che potesse essere lui il sessantaduenne pregiudicato sospettato di essere lo stalker di Patrizia. Anche perché nessuno sapeva della sua infatuazione per lei. A ripensarci, si stupisce ora la gente, Gino era uno dei pochi che non aveva mai fatto un commento né un’ipotesi sulla morte di Massimo Melis. “Mai una parola in questi giorni, ma non ci avevamo fatto caso. Qui ci si fa tutti i fatti propri e Gino se li faceva ancora di più”, ricordano i conoscenti davanti al bar. E ora suona quasi come un indizio visto che, più o meno apertamente, tutti parlavano dell’omicidio di Massimo, anche ai tavolini dell’Angelo azzurro.
Persona chiusa, Gino. Figlio di Falchera dove ancora il suo nome se lo ricordano. Non uno stinco di santo. “Ma uccidere così… chi poteva immaginarlo”, dice chi lo conosce. Era stato in carcere e aveva scontato una lunga pena per spaccio di stupefacenti alla fine degli anni Novanta. Tutti lo sapevano, nessuno ne parlava. Ma nel suo passato c’erano anche altri precedenti per furto e un arresto recente. Era accaduto a giugno, quando aveva avuto una lite per strada e quando era arrivata una pattuglia se l’era presa anche con gli agenti, rimediando un arresto per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale.

Molti nel quartiere lo conoscevano anche negli aspetti più intimi. A Barriera si ricordano di quando, dopo il divorzio dalla moglie, da cui aveva avuto due figlie, era venuto a convivere nei palazzoni di corso Vercelli con una donna cinese, madre di due figli. Qualche anno fa avevano rilevato il bar dove anche Gino – che ha una partita Iva inattiva come impresario edile – si è messo a lavorare. La donna un anno fa è mancata per un cancro ai polmoni “e non passava giorno che lui non andasse al cimitero a farle visita – raccontano nel quartiere -, lo vedevamo che andava a comprare i fiori e poi tornava qui qualche ora dopo”.

Nessuno immaginava che avesse iniziato a fare la corte a Patrizia. “Lo vedevo strano in effetti – riflette un cliente del bar -, ma non da una settimana. Era cambiato dopo l’estate. Non era più la persona di prima: agitato, distratto, inquieto”. I tempi coincidono grosso modo con gli approcci a Patrizia, la ragazza dietro al bancone del bar vicino. Una ragazza ancora più difficile da avvicinare di altre visto che Gino, come barista, non poteva neanche trovare la scusa di andare a prendere un caffè da lei. “Ma da qualche tempo lo vedevamo camminare lì attorno – dice un inquilino -, faceva una camminata attorno all’isolato”. Passava davanti al Caffè Gottardo, girava l’angolo scrutando dentro da tutte le vetrine per vedere se Patrizia c’era o non c’era, poi tirava dritto, passava davanti alla casa della donna e anche lì controllava dalle finestre se lei fosse in casa. Poi tornava indietro. Una routine che metteva “a disagio” Patrizia, che aveva chiesto aiuto a Massimo, suo vecchio fidanzato e amico di sempre, perché le stesse vicino e la proteggesse da quell’uomo che la infastidiva. Massimo aveva detto sì, come sempre faceva. Pagando con la vita.

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