Diario da Kabul di Alberto Cairo: la solidarietà è la virtù dei coraggiosi

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Molti mi chiedono se riusciamo a lavorare. Riusciamo. Gli impiegati, uomini e donne, vengono a gruppi in rotazione, poche le attività sospese. Ci adattiamo. Per esempio, meno protesi nuove e più riparazioni delle vecchie, doppie razioni di medicine ai pazienti per evitare loro il viaggio, fisioterapia solo per casi più gravi, denaro contante anziché razioni di cibo ai più poveri. Si sa, a ogni cambio di regime segue una crisi, nuovi bisogni sorgono. Se alle grosse organizzazioni come la Croce Rossa Internazionale vengono chiesti grandi sforzi, alle più piccole dei veri miracoli. Li fanno. Prendi Nove, una Onlus con sede a Roma. La conosco e collaboro quando posso. Da anni ha programmi per donne e disabili, corsi di computer, inglese e formazione, costruisce strutture sportive e ha un rivoluzionario progetto di “navette rosa” guidate da donne che trasportano donne, per aiutare quelle cui non è permesso viaggiare in vetture promiscue. Sospese queste attività in attesa di conoscere le direttive talebane, scopro che in pochi giorni ha organizzato un ponte aereo per fare uscire dal Paese persone a rischio, donne in primo luogo. Ad aiutare è l’Aeronautica Militare e una generosa donatrice italiana. E già raccoglie fondi per il cibo agli sfollati, tantissimi. A distribuire saranno proprio le navette. «Chi contribuisce?», chiedo. «Una fondazione dal nome azzeccatissimo, Only the Brave, solo i coraggiosi». «Dite loro che li amo». Generosità e solidarietà esistono ancora, dunque! Una notizia così mi solleva, arriva al momento giusto. Mi ha chiamato infatti un conoscente chiedendo aiuto per il vicino di casa: il figlio, la fidanzata e il fratello di lei sono spariti. Studenti della facoltà di giornalismo, neppure vent’anni, hanno deciso di lasciare Kabul dopo aver ricevuto minacce, non è chiaro da chi, oggi chi cerca vendette o i cattivi hanno vita facile. Sono partiti verso l’Iran, promettendo di chiamare appena oltre il confine. Non l’hanno fatto. Al telefono per un po’ ha risposto una voce sconosciuta, poi silenzio. Non poter aiutare stringe il cuore. Minacce erano arrivate anche a Malik, un amico: ha reagito in altro modo. Attraverso parenti al villaggio natale ha contattato un leader talebano (là lo sono tutti, per convinzione o necessità) per invitarlo a Kabul: l’ha accolto di fronte a casa con abbracci perché i vicini vedessero. Da allora le minacce sono cessate.

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