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Dimissioni di Zingaretti, ora il Pd è al bivio tra un campo di centrosinistra e le sirene centriste

La Republica News
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È stata una decisione sofferta, quella di Nicola Zingaretti, ma non improvvisa. Le dimissioni da segretario del Pd arrivano dopo settimane di una guerriglia interna che si è rianimata dopo la fine del Conte bis, ma che aveva già avuto altri picchi nel corso del suo mandato. Il punto di non ritorno è stata l’ultima direzione del partito, nella quale Zingaretti ha proposto l’avvio di un congresso rifondativo, tutto centrato sull’identità e le proposte per rilanciare la principale forza della sinistra italiana.

La risposta che è arrivata dalle correnti ha gelato le speranze del segretario: una parte della minoranza ha chiesto primarie per mettere in gioco la leadership, un’altra ha ipotizzato una tregua da barattare con un cambio di linea. Per Zingaretti è stata la prova che non c’era la volontà di discutere di temi, ma solo l’intenzione di logorarlo altri mesi in vista di una conta interna che, a suo giudizio, non sarebbe servita a un chiarimento bensì solo al regolamento di conti tra le diverse fazioni. Lì è maturata la scelta di dimettersi, come “atto d’amore per il partito”, ha spiegato Zingaretti ai pochi a quali ha scelto di comunicare personalmente la decisione, e come “passaggio necessario per il chiarimento”.   

Il Pd ha ora davanti due strade: una è la continuità del progetto di questi ultimi due anni, la costruzione di un campo di centrosinistra nuovo che sfidi la destra ricompattata dalla nascita del governo Draghi, nonostante la scelta di Giorgia Meloni di restarne fuori. L’altra è sciogliere quel vincolo, nonostante la leadership del Movimento a Giuseppe Conte rappresenti una garanzia di prosecuzione del percorso, e riaprire un confronto con altre forze, quelle centriste, Italia viva, Azione di Calenda, più Europa. Complicato ipotizzare Forza Italia, che non ha molte ragioni di sganciarsi dal “nuovo” Salvini. Toccherà a chi prenderà ora la guida confrontarsi con questa scelta strategica e lì – è la convinzione dell’ex segretario – si capirà se le sue scelte erano così balzane e sbagliate. 

Ma le alleanze sono solo una parte del problema, nemmeno la più importante. La questione principale resta cosa è il Pd e cosa vuole fare da grande questo partito nato (male) tredici anni fa. Da questo punto di vista le dimissioni di Zingaretti possono avere un effetto virtuoso – mettere un gruppo dirigente consunto e piagato dal trasformismo davanti all’esigenza di una svolta reale – oppure vizioso – provocare un arroccamento ulteriore della nomenclatura, magari con l’illusione che basti un bagno di folla alle primarie (quando i bagni di folla torneranno possibili) per simulare una ripartenza. In questo secondo caso, è probabile che il futuro segretario torni ad avere presto i problemi che hanno avuto i predecessori. Ma è anche probabile che sarebbe l’ultimo a confrontarsi con il problema: questo Pd non è un partito per giovani e, prima o poi, dove non arriva la politica provvede l’anagrafe. 



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