Discoteche, gestori in rivolta: “Senza Capodanno destinati a fallire”

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È durata un battito la speranza di Capodanno. Precipitata, subito dopo, in protesta. Dopo 20 mesi di chiusura — tra l’8 marzo 2020 e l’11 ottobre 2021 con una piccola pausa sotto cassa l’estate scorsa — le discoteche di tutta Italia avevano programmato serate, eventi, dj set per la notte del 31. Quell’unica data in grado, secondo i gestori, di fatturare il 15 per cento dell’incasso di tutto l’anno. E invece, dal 25 sera, almeno 1.500 locali hanno spento di nuovo la musica, annullato gli eventi e iniziato pure a rimborsare i biglietti.

«Ci risiamo, il decreto legge Festività ha richiuso discoteche e sale da ballo senza nessuna spiegazione logica. Nei due mesi di apertura abbiamo registrato zero contagi eppure il nostro è l’unico settore penalizzato, nel periodo dell’anno più importante, senza neanche ristori», si sfogano dal Duel Club di Napoli, considerata una delle migliori discoteche del Paese. Solo loro hanno 32 dipendenti diretti e 29 di società esterne, più altre 50 persone tra comunicazione e pubbliche relazioni in un settore che in tutto ne conta 100 mila, secondo il sindacato dei locali da ballo (Silb). «Avevamo già investito come altri imprenditori migliaia di euro. E invece lo Stato ha chiuso il Capodanno che per molte società era forse l’unico spiraglio di salvezza dopo due anni di chiusura forzata», dice anche Davide Bornigia, vicepresidente del Piper di Roma, figlio del patron Giancarlo.

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La protesta non ha città, nonostante i 30-40-50 mila contagi al giorno. Ed è l’unica, No Vax a parte, che si leva forte dopo l’ultimo decreto, oltre alle richieste di calmierare i prezzi delle mascherine Ffp2, oggi vendute online a 50 centesimi al pezzo ma in farmacia pure a 2 euro. A Firenze, al Tenax, altro tempio del ballo, si respira aria pesante: «Ancora una volta ci troviamo a far fronte a un pesante danno economico causato dalla scarsa considerazione per il nostro settore». Più su, al Cocoricò di Riccione, si parla, con poca stima, di «ennesima sorpresa del governo».

I gestori dei locali non sono mai scesi in piazza, al contrario di ristoratori o musicisti, colpiti dalle chiusure delle prime ondate. Ma ora, spiega Gianni Indino, presidente del Silb Emilia Romagna, «la base dei nostri associati chiede un’azione forte, una protesta decisa, plateale». Indino è «amareggiato e deluso dal nuovo duro colpo alle sale da ballo, sull’orlo del fallimento». Sui social girano i post, si ricondividono sfoghi. Tra deejay e cubiste c’è anche chi «accetta pur senza condividere» le nuove regole, si sente «un capro espiatorio», si augura che «la misura riduca i contagi» ma, dice, «non siamo più pericolosi di altri». Il timore, e la beffa, «è che la gente si assembri in altri luoghi pubblici e privati: ristoranti, ville, piazze».

La stessa paura di Stefano Bonaccini, presidente dell’Emilia Romagna, terra di night club, che prevede «il proliferare, come è stato quest’estate, di feste private incontrollabili. È l’unico punto (quello delle discoteche, ndr) su cui avevo suggerito di utilizzare il Super Green Pass e i tamponi». Così era previsto dalla bozza di decreto del 23 dicembre, una possibilità che si era affacciata in cabina di regia, poi sparita in corsa al Consiglio dei ministri.

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