Distopico

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Di “distopia” si parla in due facoltà universitarie molto diverse. Nell’aula di anatomia è la posizione anomala di un organo rispetto alla sua sede solita. Nall’aula di letteratura è invece il genere letterario inverso all’utopia. Questa racconta un sistema sociale ideale, sia nel senso di immaginario sia nel senso di perfetto; quella, la distopia, racconta un sistema sociale e un mondo immaginario ma per nulla ideale sul piano della desiderabilità.

La rivista il Libraio ha fornito un utile elenco di romanzi distopici: Fahrenheit 451 di Ray Bradbury; Arancia Meccanica di Anthony Burgess; 1984 di George Orwell; Il mondo nuovo di Aldous Huxley; La strada di Cormac McCarthy; Il racconto dell’Ancella di Margaret Atwood; Il complotto contro l’America di Philip Roth; La svastica sul sole di Philip K. Dick; Il signore delle mosche di William Golding; Sottomissione di Michel Houellebecq; La macchina del tempo di H. G. Wells; Le meraviglie del Duemila di Emilio Salgari; Il cerchio di Dave Eggers. Sono tutti romanzi celeberrimi, tutti scritti dopo la metà del Novecento, con le due eccezioni dei precursori Wells e Salgari.

Hanno quasi tutti un’altra cosa in comune. Dalla Svastica sul sole che immagina un mondo in cui la Germania hitleriana abbia vinto la Seconda guerra mondiale al Cerchio di Dave Eggers che mette in scena un social network che ha l’ambizione di realizzare una trasparenza massima, si tratta quasi sempre di narrazioni che riguardano il potere, il controllo delle vite degli altri, l’abrogazione della democrazia. Frivolo ma curioso notare il dettaglio linguistico per cui le società distopiche sono anche dispotiche. Altrettanto curioso ma meno frivolo notare che le due distinte categorie si affacciano con sempre maggiore frequenza nel discorso pubblico.

Il dispotismo è lo spettro che si agita dietro ai simboli fascisti, al folklore nostalgico, a una specie di normalità littoria che sarebbe paranoico ritenere davvero preoccupante se non capitasse in tempi di sovranismo, suprematismo e populismo mediale. La distopia oltre che genere letterario è anche divenuto termine di uso corrente. Alla fine degli anni Settanta successe per esempio con “paranoia”, quando si arrivò a coniare frasi come “questa pastasciutta è una paranoia”.

Oggi forse diremmo che è “distopica”. Ci siamo abituati a usare “narrazione” per qualsiasi decorso e ora possiamo anche specificarne il genere: si tratta di narrazione distopica. Narrazione distopica di una realtà dispotica. O forse viceversa. Cesare Pavese diceva “Ciò che temi lo prepari”: di distopie si parla proprio in un’epoca storica in cui i sistemi democratici sembrano stentare a produrre benessere e conseguente consenso. Nello stesso tempo quando ci vengono prospettati scenari che sono definiti “distopici” è difficile dimenticarsi che le distopie sono finzioni. È una buona idea usare criteri letterari per definire la realtà ?


Questa è Lapsus del 3 settembre 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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