Disturbi del sonno e diabete, il cocktail che mette a rischio il cuore

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CHI dorme poco e soprattutto male perché soffre della sindrome delle apnee notturne (Osas) che fanno calare improvvisamente l’ossigeno disponibile per cuore e cervello, è a maggior rischio di sviluppare patologie cardiovascolari. Ma se la stessa persona soffre anche di diabete, i pericoli aumentano, e crescono addirittura le probabilità di mettere a rischio la vita, in modo significativo. Per questo sarebbe sempre importante che il medico ponga alla persona con diabete la fatidica domanda sul riposo notturno, cercando di capire se è sufficiente in termini di ore ma soprattutto se è riposante, e quindi non lascia irritabilità, nervosismo e sonnolenza durante le giornate.

Il sonno spezzettato fa male al cuore, soprattutto a quello delle donne

Il motivo è molto semplice ed è scritto nero su bianco sul Journal of Sleep Research. Chi fa i conti con il diabete e soffre di disturbi importanti del sonno ha, stando ai dati raccolti in quasi nove anni di osservazione, l’87% in più di rischio di morire per qualsiasi causa, con particolare riferimento all’infarto così come agli incidenti stradali, rispetto a chi non ha diabete o comunque problemi nel sonno. Ma attenzione: l’associazione tra la malattia metabolica e i problemi nel sonno rappresenta un problema in più. I diabetici senza fastidi nella notte, infatti, hanno un rischio di decesso inferiore del 12% rispetto a chi invece presenta entrambe le condizioni patologiche. Insomma: un bel calo rispetto a chi ha la stessa patologia e ha il sonno interrotto dalle mancanze di respiro o comunque disturbato. La ricerca è stata condotta da scienziati delle Università Northwestern e del Surrey, coordinati da Kristen Knutson, della Northwestern University Feinberg School of Medicine, partendo dall’analisi della popolazione raccolta nell’ambito della banca dati UK Biobank su quasi 500.000 persone. L’associazione in termini di rischio appare estremamente significativa, tanto che si consiglia ai medici di analizzare sempre, ed in particolare nelle persone con diabete, le caratteristiche del riposo notturno.

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Prevenire il diabete per prevenire l’infarto e l’angina

“Lo studio è estremamente interessante perché pone l’attenzione sulle apnee notturne, che rappresentano un vero problema di salute: in queste fasi di “blocco” della normale respirazione si può infatti creare una deossigenazione acuta ed improvvisa che stressa il sistema, con impatto sull’apparato cardiovascolare – spiega Agostino Consoli, Presidente della Società Italiana di Diabetologia (Sid). Per questo le Osas vengono oggi considerate un fattore che innalza il rischio di andare incontro ad infarto”.

Chi soffre di apnee ostruttive nel sonno, infatti, interrompe il respiro per un tempo che può andare dai 10 secondi ad oltre il minuto per poi riprendere a respirare improvvisamente. In seguito all’apnea si ha una riduzione dell’ossigeno che spesso termina con un breve risveglio il quale si associa ad alcune alterazioni a carico dell’organismo. Al termine di ogni apnea ad esempio la pressione arteriosa sale in modo improvviso e quindi si può avere un picco di ipertensione e anche un “microrisveglio” che ovviamente incidono sul riposo.  Le Osas, in questo senso, diventano quindi un fattore aggiuntivo di rischio per cuore e arterie.

“Il diabetico ha un rischio cardiovascolare di infarto aumentato di due volte e nella donna con diabete il rischio sale addirittura di quattro volte: unendo anche l’effetto delle Osas si ha un effetto moltiplicativo sul rischio cardiovascolare, come se si unissero gli effetti di due diversi fattori di rischio indipendenti – fa sapere Consoli. E’ fondamentale affrontare questa situazione: che il diabetico con Osas deve contrastare innanzitutto  l’obesità visto che le apnee ostruttive sono più frequenti in questa popolazione, attraverso stili di vita salutari. E poi occorre affrontare  i due problemi: le Osas attraverso le maschere a pressione positiva (Cpap) e il diabete, oltre che con gli stili di vita, con farmaci innovativi che hanno dimostrato efficacia nella prevenzione delle complicanze cardiovascolari”.

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