Donna fatta a pezzi a Borno: ecco che cosa sappiamo. Per risolvere l’omicidio l’investigatore del caso Ziliani

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Carnagione chiara. Capelli scuri e lunghi. Età compresa fra i 30 e i 50 anni. Le mani curate e smaltate. Gli elementi per risalire all’identità della donna uccisa, fatta a pezzi e abbandonata in una scarpata a Paline di Breno, sono minimi. Il killer ha infierito sul volto della vittima, cercando di bruciarlo e rendendolo ancora più irriconoscibile, ma le arcate dentarie sarebbero intatte e possono fornire spunti agli anatomopatologi. Il medico legale bresciano Nicoletta Cerri e i carabinieri del Servizio investigazioni scientifiche hanno lavorato a lungo su quel corpo fatto a pezzi: almeno quindici, la testa decapitata, alcuni resti in fase di scongelamento. Ma anche sui quattro sacchi neri di plastica nei quali è stata trasportata fin sul ciglio di quel dirupo, alla ricerca di eventuali tracce biologiche del killer.

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Una mano feroce quanto lucida, la sua. Una strategia studiata con cura per confondere le tracce e complicare il lavoro degli investigatori. La conservazione del corpo in una cella frigorifera, rende estremamente difficile stabilire una data dell’omicidio. Con altrettanta attenzione è stato scelto il punto in cui gettare i resti: la piazzola sterrata e isolata di una stradina di montagna ormai sgombra di neve, quella che collega la bresciana Borno e la bergamasca Dosso, la Val Camonica e la Val di Scalve, due province che hanno proprio qui il confine, sopra una scarpata che qualche turista (e qualche abitante del posto) utilizza come discarica a cielo aperto. I sacchi erano lì, domenica pomeriggio, quando uno dei settanta residenti della frazione Paline, stufo dei vandali, si è affacciato su quel tappeto di lattine, cartoni di pizza e confezioni di preservativi. E ha visto una mano con le unghie smaltate fuoriuscire dalla plastica nera.

Il capitano Filiberto Rosano, comandante della compagnia di Breno che indaga sul caso, è investigatore esperto. L’ultimo omicidio su cui ha indagato è stato quello di Laura Ziliani, la vigilessa scomparsa tra le montagne di Temù e poi ritrovata sotto il greto del fiume Oglio: in carcere, in attesa di processo, ci sono le figlie Paola e Silvia Zani e il fidanzato di quest’ultima, il cantante lirico Mirto Milani. Il fascicolo, aperto dal pm Lorena Ghibaudo della Procura di Brescia, è aperto per omicidio volontario, soppressione e occultamento di cadavere. Al setaccio sono le più recenti denunce di scomparsa nelle valli, senza trascurare le banche dati del resto della Lombardia e quelle nazionali. Ma difficilmente il raggio dell’indagine si allagherà oltre le due province: chi ha gettato i sacchi in quel dirupo – di notte, con ogni probabilità – ne conosceva l’isolamento e i silenzi.

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Quella provinciale così tortuosa è percorsa, infatti, solo da chi vive e lavora in zona. E questo potrebbe fornire un elemento decisivo agli investigatori, se sarà confermata l’ipotesi che i resti sono stati abbandonati non prima di venerdì scorso. Un intervallo di tempo ristretto per analizzare le telecamere nelle valli, che registrano i passaggi di targa in uscita e in entrata, e anche di notte con gli infrarossi. Di sicuro, si sa che la donna uccisa e fatta a pezzi non è del posto. “No, qui in paese – assicura il sindaco Matteo Rivadossi – non ci risulta nessuna scomparsa recente”. Ed è l’unico suo conforto.

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