Donna uccisa a Lentini, indagato il marito: “Si è suicidata”, ma per gli inquirenti non è credibile

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“Si è suicidata. Le ho tolto il coltello dalla gola, ma era già morta”. Lo hanno interrogato per una notta intera, ma ha continuato a ripetere la medesima versione Massimo Cannone, il marito di Naima Zahir, la donna quarantacinquenne trovata morta sabato sera nella sua casa di Lentini.

Una versione che non convince investigatori e inquirenti, che hanno iscritto l’uomo nel registro degli indagati. Attualmente, è lui il principale sospettato. Anche perché più e più volte, Cannone nel suo racconto avrebbe aggiunto dettagli, per poi correggersi e modificare la storia ancora. E poi, per la procura, quello di Naima Zahir è un omicidio.

A dirlo con certezza però potrà essere solo l’autopsia, in programma per mercoledì. Toccherà ai medici far parlare la ferita che attraversava il collo della donna, per comprendere se possa essere compatibile con l’ipotesi di suicidio. Nel frattempo,  con il coordinamento del pm Gaetano Bono, gli agenti della squadra mobile e del commissariato di Lentini sull’uomo continuano a indagare.

Sotto sequestro sono finiti i vestiti che Cannone portava quella sera, come i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona. E si scava nella vita della coppia per capire se già in passato ci fossero stati episodi di violenza. Per questo, da giorni vengono sentiti parenti, amici, vicini di casa, come i titolari degli esercizi commerciali della zona. Fra le persone ascoltate più volte, anche il figlio diciannovenne della coppia, che quella sera non era in casa.

Intanto, il principale indagato ha usato trasmissioni radio e tv per raccontare la sua versione. Si dice innocente, giura di essere uscito di casa un’ora prima di quella in cui si stima sia avvenuto il delitto e di aver trovato la moglie esanime al suo ritorno. Ma ci sono una serie di dettagli che non tornano.

In camera da letto, qualcuno ha tentato di lavare via il sangue che era scivolato fin sul pavimento. “Ho pulito io” ha ammesso Cannone, ma senza fornire una spiegazione credibile. Così come non si comprende perché non abbia chiamato un’ambulanza, ma sia uscito nuovamente. “Ho mandato un messaggio a mio figlio dandogli appuntamento da mio fratello, perché non volevo che vedesse quella scena. Poi è stato mio fratello che ha chiamato polizia e l’ambulanza” ha detto ai microfoni della trasmissione “Ore 14” di Rai due. “Quando sono ritornato a casa, c’era la polizia che mi ha subito portato via”. Una versione inverosimile, si commenta in ambienti investigativi. E sulla morte di Naima Zahir si continua a indagare.

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