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Donne e agricoltura: storie di una strada a senso unico (che va ribaltato)

La Republica News
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“Ma voi le ricordate le donne rumene morte nell’incidente a Cassano qualche anno fa? Tornavano dalla campagna, avevano parcheggiato vicino i binari ed erano talmente stordite che non hanno sentito il treno arrivare. Sono queste le storie che dobbiamo ricordare”. A parlare è Jean-René Bilongo, responsabile Flai-Cgil dell’Osservatorio Caporalato e Agromafie Placido Rizzotto, uno sguardo lucido, disincantato e informato su uno dei settori dell’agroalimentare di cui si parla di meno. Quello femminile. Un discorso da affrontare, come ricorda Bilongo, ben lontano dall’essere una dissertazione su quote rosa, ma piuttosto affine alla fotografia di un modo di vivere il lavoro agricolo totalmente diverso dall’altra metà del cielo. 

Nelle serre e nei processi di trasformazione ad alto valore aggiunto la maggior parte della manodopera impiegata è femminile. (FotoLa Buona Terra – Coop) 

Il primo dato da sottolineare è che delle famose quote rosa in agricoltura non c’è carenza, anzi, la loro presenza nel comparto agricolo è notevolmente aumentata negli ultimi 10-12 anni. Un aumento generale che si è trautato anche in un maggior “numero di donne extraeuropee: inizialmente la maggior parte proveniva dall’est Europa, poi il dato si è ampliato ad altre etnie” andando a toccare in particolar modo provenienze esterne al nostro continente. Nonostante le differenze fisiche, lavorano negli stessi processi produttivi degli uomini, ma hanno delle specificità. Nel bene e nel male, nella filiera legale come in quella sommersa, nelle serre e nei processi di trasformazione ad alto valore aggiunto la maggior parte della manodopera impiegata è femminile”. Così come in alcune colture specifiche o zone ben delimitate, come nel distretto del pomodoro a Salerno. I motivi in primis sono due, a oscillano tra il riconoscimento di alcune capacità e lo sfruttamento di altre secondo un modus pensandi che in altre fasce lavorative e in altre classi social verrebbe definito discriminatorio. “Le donne vengono impiegate nelle serre” spiega infatti Bilongo, “perché in alcune colture c’è bisogno di maggiore delicatezza e precisione e loro vengono considerate più attente. Così come vengono utilizzati in alcuni tipi di processi di trasformazione perché sono considerati para-familiari e quindi più affini per cultura o semplicemente per genere”. Una settorializzazione che non vede differenza né tra comunitarie ed extracomunitarie, né tra lavoratrici sfruttate e quelle equamente retribuite.

Come cesoie spuntate: la lunga strada delle leggi anti sfruttamento

Il vero Eva contro Eva si ha quando al banco degli imputati arriva la busta paga: “C’è un gap fortissimo tra i lavoratori autonomi già quando si tratta di lavoratori italiani o stranieri di sesso maschile, le donne straniere hanno di conseguenza un livello retributivo infinitesimale, degradante”. Molto spesso anche quando hanno un contratto regolarmente firmato, ciò che realmente arriva nelle loro tasche non è quanto dovrebbe.

Il livello retributivo delle donne extracomunitarie è estremamente più basso rispetto a quello di partenza, degli uomini italiani   Il grimaldello più efficace? “La minaccia di far perdere loro il permesso di soggiorno: pur di accumulare quelle preziosissime ore sarebbero disposte a tutto”. A orari debilitanti, a una paga infinitesimale, a dormire “in quelle baracche ai limiti dei campi, vicino le serre, che sappiamo come sono fatte”. Ancora e sempre anche a subire violenze fisiche, attacchi sessuali da parte dei caporali. Tutto pur di non perdere quell’unica cosa per cui hanno stravolto la loro vita. “Perché un aspetto che pesa ancora di più sulle spalle delle donne migranti e che non dobbiamo sottovalutare è quello psicologico, queste donne soffrono una doppia assenza”. Mancano dalla famiglia di origine, molto spesso mancano anche dalla famiglia che hanno creato (a meno che non lavori nel campo tutto il nucleo familiare). Finiscono per non esistere “se non per l’utilità economica che hanno rispetto a quella famiglia, da cui si sentono distaccate”. Poche, quasi nessuna, denunciano e per chi ha il coraggio di farlo al momento manca un vero supporto istituzionale di protezione, “che sia veloce ed efficace. Abbiamo bisogno di un sistema che le metta al riparo immediatamente e, come succedeva per le vittime della tratta sessuale, non solo le protegga fisicamente, ma le metta in condizione di riavere il loro lavoro, di tornare a sentirsi delle persone”, di colmare quel doppio vuoto che si portano dentro. 

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L’unica soluzione possibile è culturale.  “Siamo entrati da poco in un protocollo con alcuni Ministeri, tra cui quello delle Politiche Agricole e Forestali e quello del lavoro, per creare una struttura di sostegno alle donne vittime dello sfruttamento agricolo. Ci sono delle reticenze, degli ostacoli, ma noi siamo ottimisti e soprattutto non arretriamo di un millimetro”. Non arretrare all’interno di una lotta di posizione, in cui si vince centimetro dopo centimetro. Con i cambi di coscienza individuale, con le buone pratiche sociali che privati e aziende mettono in campo, facendo dell’assunzione di una scala di valori etici il loro pilastro portante, andando a lavorare fianco a fianco ai lavoratori. Fianco a fianco alle donne, in modo da ribaltare il segno negativo che pesa come una spada di Damocle su questo settore lavorativo (“Importante esattamente come gli altri, da non considerare più di serie D” sottolineano dall’Osservatorio Placido Rizzotto) tanto quanto le storie delle singole lavoratrici. Perché un altro modo di fare le cose è possibile. “Vengo da un matrimonio disfunzionale, il lavoro mi ha salvata”, sottolinea Marianna Leone, tra le lavoratrici dell’azienda Grimaldi in Campania a usufruire non solo del progetto di formazione Coop (uno dei tanti progetti di formazione attualmente attivi nella filiera del pomodoro e in quella degli agrumi), ma anche degli incontri atti a creare nelle lavoratrici stesse una nuova consapevolezza di genere. “Molte di noi hanno vissuto la mia stessa storia, altre vengono o vivono ancora delle storie di violenza. Capire che non dobbiamo sottometterci alla violenza, di qualsiasi tipo essa sia, è stato fondamentale per molte di loro”.   



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