Donne, paradossi a sinistra

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Caro direttore, paradossi e domande intriganti suscita l’intervento di Elena Stancanelli apparso su Repubblica di domenica 23 gennaio. Certo ha ragione a considerare troppo schematica la tesi di Ricolfi che attribuisce alla pratica della cooptazione l’assenza a sinistra di donne leader, mentre a destra le cose andrebbero diversamente grazie alla meritocrazia. Ha ragione quindi a richiamare i tratti della vicenda storica italiana che ha visto, tra gli anni Sessanta e Settanta, imporsi a sinistra figure femminili forti che hanno condotto battaglie fondamentali per la vita civile e politica italiana e soprattutto a ricordare la presenza di un notevole movimento femminista.

Ma dato che non siamo più nel secolo passato ma nel terzo decennio del Duemila viene da chiedere innanzitutto come è stato possibile che una storia tanto gloriosa delle donne di sinistra sia andata disperdendosi e appaia oggi tanto appannata da autorizzare considerazioni come quelle di Luca Ricolfi? Cosa è accaduto nei trenta quarant’anni che ci separano da quelle vittorie e da quelle donne? E quale evoluzione ha avuto il “femminismo”, con i suoi rapporti con i partiti progressisti, se un movimento nato per dare forza e libertà alle donne in realtà risulta d’ostacolo per un verso all’ascesa di alcune ai vertici e per l’altro non aiuta a cambiare una condizione femminile di permanente difficoltà?

Stancanelli sostiene che la responsabilità ricade sulle forze progressiste che hanno un problema con il femminismo. Ma di quale femminismo si parla? Non si può certo sostenere che una narrazione femminista non sia stata accolta e metabolizzata dai partiti progressisti. Allora credo che siamo di fronte a una doppia finzione che blocca le donne progressiste, condannandole a un ruolo subalterno: la finzione, di cui sono contemporaneamente artefici e vittime, di essere portatrici di una politica “differente” e di “rispondere” alle donne del “movimento”. Dico finzione nel senso del retaggio di una stagione del femminismo che da decenni non ha più rispondenza con la realtà.

La conseguenza è che per sopravvivere nell’arena pubblica le donne della sinistra praticano un doppio discorso, uno della vulgata femminista attuale (quale che ne sia il rapporto con le istanze originarie del femminismo) e l’altro, sostanziale, dell’affiliazione, come i loro compagni maschi, alle correnti e ai loro capi, senza riuscire a sviluppare un’autonoma leadership.

Le donne della destra, che non legano la loro azione politica a vincoli, veri o presunti, con le altre donne, si muovono in diretta competizione con gli uomini che le vanno riconoscendo come loro simili. Credo che quest’ultimo risultato, cioè la fine del pregiudizio antifemminile a destra, sia una importante conquista femminista.

L’autrice è una filosofa italiana. È stata deputata Pds e Ds. Ha partecipato alla fondazione di “Se non ora quando – Libere”

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