Dottor Lonely e Mister Planet: intervista all’uomo che ha inventato le guide di viaggio più diffuse (e rubate) al mondo

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«Sono attratto dai confini», attacca Tony Wheeler. «I Paesi che ne hanno tantissimi, tipo la Cina, quelli dove sono diventati inesistenti come nell’Unione europea, a parte la stupida Brexit! O quelli dove sono particolarmente ostili, come tra India e Pakistan. I confini dove non esistono, come  per gli Stati Uniti che controllano chi li sorvola. E poi ovviamente quelli che ci creiamo noi». Lo dice l’uomo che ci ha insegnato ad attraversarli, i confini, senza pregiudizi e senza fregature. Cioè: “Mr. Lonely Planet”, l’inventore delle guide turistiche più esibite dagli zaini e le più rubate al mondo. Adesso ci sono le app e lui le usa («FlightRadar, VesselFinder, Skyscanner, Trainline, Tablet, Easypark: l’unico avvertimento che puoi dare a un turista è non andare mai sottocarica») e i travel-influencer, che sono l’equivalente di lui e sua moglie Maureen negli anni 70, tornati dal viaggio Londra-Afghanistan-India-Nepal-Thailandia-Sidney rimasti con solo 27 cent. Da cui l’idea della guida che informava su cose mai scritte e che fu subito bestseller: «Più che aver rivoluzionato il turismo, lo avevamo influenzato, deviato verso nuove rotte». 

Tony Wheeler e sua moglie Maureen nel 1973, anno successivo alla fondazione delle guide cult Lonely Planet. Foto T. Golding/Getty

I 20enni non fanno più l’hippie-trail come nei 70 o come il viaggio di formazione nell’800? 
«Fanno un sacco di short trips. Gli si è accorciata la durata, come l’attention span. Chi concepirebbe più di stare via un mese, non dico i 9 che ci avevamo messo io e Maureen? C’è sempre qualcosa di più remunerativo che li aspetta. Si è persa anche l’idea del viaggio iniziatico perché i giovani sembrano più liberi ma di fatto lo sono meno per colpa di genitori iperprotettivi. Suggerirei un hippie trail moderno: il Gringo Trail in America Latina, il Banana Pancake nel sudest asiatico, la tratta Cairo-Cape Town. O di farsi un itinerario da soli».

È l’era degli short e degli show travel.
«Una differenza tra me e gli influencer di oggi è che loro devono esserci sempre nella foto: ci sei tu che guardi quello che vuoi fare vedere, basta che i filtri li applichino solo a se stessi. Li incontro alle conferenze con enormi trolley di outfit per cambiarsi a ogni post. Io continuo a viaggiare con un bagaglio a mano. Anche perché non faccio che leggere commenti  di gente che lo ha perso, per via dei tagli al personale dopo la pandemia. Nell’ultimo anno c’è stato un record di valigie “maltrattate”: 26 milioni. Non c’è cosa peggiore del rimanere al nastro bagagli a fissare una valigia e non è la tua. Ma la gente vuole parlare di esperienze negative, da qui il successo di Ryanair, che amiamo e odiamo come è accaduto qualche giorno fa per un mio volo per l’Italia: cancellato. Ho dovuto optare per un British Airways a 400 euro».

E il Netflix tourism? Il turismo nei luoghi delle serie tv? 
«So che il pacchetto legato a The White Lotus 2 ha fatto benissimo a Taormina. Non andrei mai sulla nave da crociera di Triangle of Sadness, dove non si è mai abbastanza ricchi e volgari. Il mio film cult è invece Il fiore delle Mille e una notte di Pasolini: Yemen, Etiopia, Iran…».

Scrive Paul Theroux: “Viaggiare è glamour solo a posteriori”.
«Io scrivo solo a viaggio finito (si tocca la penna nel taschino della polo, ndr). E Theroux dà il meglio di sé quando racconta avventure orribili».

Con Google Maps è impossibile perdersi?
«Ne ho parlato con Vinicio Capossela, per me il “Tom Waits of Italy”, e mi raccontava di quanto amasse le mappe cartacee. Google Maps è fantastica, ma toglie la concezione del luogo, non hai l’insegnamento del corpo-a-corpo con le mappe fisiche. Quanto al perdersi, basta andare nelle foreste del Montana. O nelle terre rosse semidesertiche in Australia, parcheggi e in un attimo ti ritrovi a pensare dov’è la mia macchina? I posti migliori sono Venezia e Fez:  Roberto Bolaño scrive che ogni 30 metri il mondo cambia, lì ne bastano meno».

Il nostro non è più un Lonely Planet, un “pianeta solo”? Comunque ora il  marchio è nelle mani di un miliardario del Kentucky.
«Resta la nostra creatura, insieme ai nostri due figli. Un pianeta solo lo siamo di meno e di più: affetti da overtourism e undertourism. Che cosa ci fanno le navi da crociera a Venezia o 100 turisti in cordata sull’Everest? E i selfie-sticks? Ai mosaici di Ravenna ero pronto a trovare la fila e invece c’erano 4 persone. La gente va a Liverpool nel bar di Lennon, ma nessuno va a Hibbing, Minnesota, dove è cresciuto Bob Dylan».   

Il culto era viaggiare on the cheap, ora?
«Vanno viaggi assurdamente costosi. In Ciad non 3 settimane in cammello, ma 15 minuti in elicottero, per ritrovarsi nella migliore galleria di rock art con un archeologo star a spiegartela. E l’uso dei jet privati è “decollato”. Mi consola che anche se l’autostop è scomparso, ci sono i BlaBla-bus e gli Uber in condivisione». 

E dei turisti su Marte cosa pensa? 
«Non voglio Elon Musk e Jeff Bezos come guide. Il vero viaggio su Marte sarebbe come Joseph Banks che arrivava con Captain Cook a Tahiti, un pianeta alieno. O quando Richard Burton riportava come souvenir quell’altra guida, più bestseller della mia, il Kamasutra». 

Quali viaggi rifarebbe e no? 
«Il vero mezzo del futuro è il treno, per via del climate change: sull’Amtrak Coast Starlight, 35 ore lungo la West Coast, chiacchieri con sconosciuti nella carrozza ristorante e poi assisti al tramonto dal finestrone panoramico. Non tornerei in Arabia Saudita, non voglio fare da testimonial a un regime a caccia di turisti con il visto facile. Né a Dubai, anche se tutto fa scalo lì. Chi si ferma va a sciare, o costeggia il fiume Creek in taxi, quando ci sarebbero barchette da 25 cent a corsa».

La canzone Space Captain di Matthew Moore ispirò il marchio, ma il testo diceva lovely planet, lo è?
«Sì, spesso è adorabile. Ma anche spaventoso o preoccupante».  

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