Dove porta la crisi di Boris

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Tra manifestazioni di giovani mascherati da Boris Johnson che ballano davanti a Downing Street con bottiglie di whisky in mano cantando ironicamente “questa è una riunione di lavoro” e post scatenati sui social media che ritraggono il celebre portone con il numero 10 come l’ingresso di una discoteca, a Londra lo scandalo dei party illegali durante il lockdown nella residenza del primo ministro britannico sembra precipitare nel ridicolo. Ma nessuno in Inghilterra ci trova veramente da ridere e le conseguenze per il leader conservatore potrebbero essere fatali. Nello spazio di due giorni è stato costretto a scusarsi al parlamento di Westminster e perfino con la regina Elisabetta, quando si è scoperto che un festino alcolico ha avuto luogo nel suo ufficio (lui non c’era, ma la responsabilità rimane) la sera prima dei funerali del principe Filippo: in cui Sua Maestà sedette in chiesa da sola per rispettare le norme sul distanziamento sociale contro la pandemia imposte a tutta la popolazione. Tale è il risentimento a livello nazionale che non solo l’opposizione laburista ma pure due pilastri dell’establishment come il Financial Times e l’Economist chiedono apertamente a Johnson di dimettersi: unfit to govern, indegno di governare, scrive il settimanale, stessa espressione di una famosa copertina su Silvio Berlusconi. Un crescente numero di deputati, ministri e finanziatori dei Tories stanno schierandosi sulla stessa linea, alcuni pubblicamente, altri per ora mantenendo l’anonimato. “Boris è finito”, dice al quotidiano della City un sostenitore della prima ora. “Il governo è sostanzialmente diviso in due campi”, confida al medesimo giornale un ministro, “quelli secondo cui darà le dimissioni subito e quelli secondo cui le darà più avanti”. L’opinione di Roula Khalaf, direttrice del quotidiano finanziario, è che “prima se ne va, meglio è”. Un’altra autorevole testata, il Guardian, nota che la monarchia ha reagito alla crisi più rapidamente della politica: Sua Maestà non ha perso tempo a togliere l’appellativo di Altezza Reale e i titoli militari a suo figlio Andrea, sebbene il principe non sia stato ancora riconosciuto colpevole di abusi sessuali. Mentre il primo ministro rimane al suo posto, sostenendo di avere scambiato un party con vino in giardino per un working meeting, come ironizzano i giovani davanti a Downing Street.

Boris Johnson è caduto in disgrazia altre volte e ha dimostrato la capacità di riprendersi grazie al suo personale carisma. Non è escluso che ci riesca di nuovo, ma l’impresa appare più difficile per tre ragioni. Primo, anche se risultasse che non hanno violato la legge, i party a Downing Street appaiono moralmente imperdonabili a un’opinione pubblica reduce da due anni di sacrifici per il Covid. Secondo, lo scandalo non rappresenta un’eccezione, bensì la conferma di una renitenza alle regole manifestata da Johnson durante la sua intera carriera politica. Terzo, nel suo partito ci sono un paio di ambiziosi pretendenti all’incarico: il ministro del Tesoro Rishi Sunak, che diventerebbe il primo premier di origine indiana nella storia del Regno Unito, e la ministra degli Esteri Liz Truss, che sarebbe la terza donna premier dopo Margaret Thatcher e Theresa May. Guidati da lui, i conservatori, attualmente sotto di dieci punti nei sondaggi, temono di perdere le prossime elezioni, in programma nel 2023. Rischiano di perderle comunque, perché al momento di andare alle urne avranno governato da lungo tempo, tredici anni, come i laburisti durante la precedente era Blair-Brown, e dopo un po’ il pendolo del potere oscilla. Ma con un altro leader possono almeno provarci. Comunque finisca, la vicenda contiene una lezione universale: capaci di vincere le campagne elettorali facendo leva sulle paure della gente, alla lunga i populisti falliscono perché non hanno soluzioni per governare. Sono bravi a dividere, non a unire un Paese.
 

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