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Draghi, dalla Bce verso Palazzo Chigi. La missione italiana ed europea dell’uomo che ha salvato anche Angela Merkel

La Republica News
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BERLINO – E’ il più grande “Mister Wolf” della storia. E non solo italiana. Persino Angela Merkel è in debito con lui. A fine luglio del 2012, quando Mario Draghi pronunciò la sua frase più famosa, “whatever it takes”, non salvò solo l’euro. Salvò la rielezione della cancelliera. E se dovesse riuscire nell’impresa di mettere insieme una maggioranza abbastanza ampia da garantirgli una navigazione tranquilla, Draghi potrebbe riportare l’Italia al centro dell’Europa.

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Nessuno, a cominciare da Merkel e da Emmanuel Macron, potrebbe più convocare vertici ristretti in Europa “dimenticando” l’Italia, come accadde di recente sul mini-summit sul terrorismo islamico, dopo l’attentato di Vienna. La reputazione che si è guadagnato negli ultimi quarant’anni è rara non solo per un italiano, ma per un europeo.

Anche al di là dell’Atlantico: quando Donald Trump cominciò a picconare un paio di anni fa il dollaro, durante il Forum economico mondiale di Davos, Draghi fu l’unico europeo ad opporsi, alzò la voce per fare scudo alla moneta unica. E la potenza non solo della Bce, ma della sua autorevolezza annientarono l’arrembaggio di Trump.

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Draghi non è solo “l’incantatore dei mercati”, come dimostrò sin dalla prima riunione alla Bce, alla fine del 2011, quando tagliò a sorpresa i tassi rimediando a un grave errore del suo predecessore che li aveva alzati in pieno tsunami da subprime. E’ stato un interlocutore cruciale dei leader europei negli anni più neri dalla fondazione dell’Unione europea. Seduto al tavolo di decine di Consigli europei d’emergenza, ascoltatissimo durante la crisi delle banche, del debito, della Grecia, dell’euro dei primi anni Dieci, anche ai G7 e ai G20 finanziari. E non solo dai capi di Stato e di governo, ma dal Fondo monetario di Christine Lagarde o dalla Fed di Ben Bernanke e da tutte le istituzioni più importanti nella risoluzione della Grande crisi.

L’ora di Draghi

E’ sufficiente citare qualche aneddoto passato per capire perché l’allievo di Federico Caffè, è diventato una figura cruciale della storia europea degli ultimi decenni. A cominciare dal suo rapporto con Merkel. Nell’estate del 2012, il grande timore che circolava in Europa era che i mercati finissero per affossare l’Italia. Era quella la tensione che continuava ad agitare gli investitori e a togliere sonno ai governanti europei. La moneta unica continuava ad essere sotto pressione perché dopo aver salvato la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda con piani da centinaia di miliardi di euro, l’Europa non avrebbe mai potuto salvare l’Italia alla stessa maniera. Un paese troppo grande e dal debito troppo alto.

Soltanto una banca centrale, con la sua possibilità di stampare moneta all’infinito, avrebbe potuto fermare la selvaggia ondata di sfiducia che stava sfasciando il continente. Oppure, gli eurobond. Cioè l’emissione di titoli di Stato sottoscritti da tutti gli Stati europei, sempre, potenzialmente, all’infinito. In quel drammatico frangente del 2012, sotto sotto fu quello il vero patto tra Merkel e Draghi.

Se nel 2012 Draghi non avesse segnalato ai mercati tutta la potenza di fuoco di una banca centrale, avrebbe dovuto farlo l’Unione europea con i titoli comuni. Ma in questo caso, Angela Merkel avrebbe dovuto spiegare alla sua opinione pubblica la necessità di rompere il più grande dei tabù. E difficilmente avrebbe stravinto le elezioni, come accadde l’anno successivo. Forse non sarebbe riuscita neanche a candidarsi per il suo partito, la Cdu, con un mercato europeo trasformato nella odiatissima “Transferunion”.

E’ il motivo per cui Merkel ha sempre difeso a spada tratta Draghi e le misure straordinarie della Bce. Lo ha fatto anzitutto con il suo partito e con il suo ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble. Lo ha fatto con l’istituzione più rispettata in Germania, la Bundesbank. E lo ha fatto con i tedeschi e i loro giornali, ossessionati dall'”uomo che ha distrutto i risparmi”, da “Draghila”, come titolò orrendamente la Bild.

Ma molti dimenticando che Draghi arrivò alla Bce in una circostanza straordinaria e che si era già guadagnato da tempo la nomea di italiano più autorevole al mondo. A Francoforte, allora, vigeva ancora la rigida regola dell’alternanza tra Paesi del sud e del nord, per la scelta del capo dei guardiani dell’euro. Dopo il francese Jean-Claude Trichet, sarebbe stato il turno di un tedesco. E nel 2011, in piena crisi del debito, l’Europa intera tremava all’idea che la poltrona più delicata del continente sarebbe potuta essere occupata da un falco. Avrebbe significato la fine dell’euro. Merkel fece una scelta saggia: ignorò il cencelli della Bce e accettò di rinunciare al ‘diritto di prelazione’ dei tedeschi per un altro uomo del sud: Draghi.

L’economista italiano aveva già risollevato sette anni prima la Banca d’Italia da uno scandalo che aveva travolto il mondo finanziario e ammaccato pesantemente la granitica reputazione dell’istituzione. Al centro di un vorticoso giro di scalate in cui in nome di una presunta difesa dell’italianità erano state frenati gli appetiti di banche straniere, si era stagliato un uomo solo: il governatore Antonio Fazio. Deciso a favorire banchieri amici contro le offerte di concorrenti olandesi e francesi. Fu costretto a dimettersi, e dopo una campagna populista dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, l’incarico di governatore divenne a tempo. Sino ad allora era a vita.

Draghi risollevò l’istituzione pulendola dalle ombre che si erano allungate sulla sua lunga e rispettosa reputazione. Tanto che Merkel non ebbe dubbi quando si trattò di scegliere quale italiano issare sulla poltrona più alta della Bce, sette anni dopo. Anche perché l’economista che si era formato con i Nobel nelle università americane, era già famoso in Europa per aver contribuito negli anni ’90, come direttore generale del Tesoro, a traghettare l’Italia nel gruppo di testa dei Paesi dell’euro.

Il suo nome è associato alle grandi privatizzazioni di quegli anni, che senza un mercato liberalizzato non ottennero spesso i risultati voluti. Ma quella fu anche l’Italia di Carlo Azeglio Ciampi e Giuliano Amato, fu il Paese che si risollevò dalla paurosa crisi dello Sme – nel 1992 la sterlina e la lira furono cacciati dal sistema monetario europeo – e risistemò faticosamente i suoi deragliati conti pubblici per conquistare in tempo l’ingresso nella moneta unica. E Draghi fu una figura chiave per il riordino delle finanze dello Stato che consentì all’Italia di non venire umiliata con l’esclusione dall’avanguardia dei Paesi europei che adottarono la moneta unica. E ancora oggi la legge che costringe le aziende a lanciare un’opa oltre una certa soglia di azioni porta il suo nome. E’ davvero difficile sottovalutare l’importanza di Mario Draghi, in questi decenni. E minimizzarne le potenzialità, per il futuro dell’Italia e dell’Europa.



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