È morto André Leon Talley, il gigante dello stile

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La moda ha subìto un altro colpo davvero pesante quando, nella notte tra il 18 e il 19 gennaio, è arrivata la notizia della morte, a 73 anni, di André Leon Talley. Le cause del decesso non sono ancora state rivelate. Ma la di là della cronaca, spiegare che vuoto incolmabile il giornalista americano lasci è difficile. Un vuoto spirituale, certo, ma anche fisico, visto che Talley era quel che si dice larger than life: nero (il che in un periodo come gli anni Settanta, quando lui ha iniziato, non era esattamente normale in un ambiente elitista come la moda), altissimo, massiccio, aveva una presenza che non poteva essere ignorata, amplificata dalle gigantesche cappe che indossava, dalla gestualità vivace e dalla voice squillante. È stato per decenni una figura immancabile nelle prime file di tutte le sfilate, sempre al fianco di Anna Wintour, con la quale lavorava a Vogue America. 

I due erano indivisibili fino agli ultimi anni, quando Wintour lo mise da parte, preferendogli persone più giovani e in linea con il pubblico contemporaneo. Una scelta legittima, per un direttore, ma quello che Talley le ha sempre rimproverato – prima velatamente, poi nella sua autobiografia del 2020, “The chiffon trenches”, senza giri di parole – era l’averlo silurato senza nemmeno una spiegazione, di fatto lasciandolo senza lavoro e senza una ragione di vita. Perché Talley ha sempre vissuto solo ed esclusivamente per la moda: lo ammette nel documentario a lui dedicato del 2018, The gospel according to André, in cui racconta di essere rimasto solo perché tutta la sua vita ha sempre ruotato attorno al lavoro, e scomparsi i suoi migliori amici (Yves Saint Laurent, Karl Lagerfeld, Diana Vreeland), di fatto non aveva più nessuno. Sentirglielo dire con tanta semplicità è devastante.

André Leon Talley nasce nel 1948 a Washington, ma presto si trasferisce a vivere con la nonna materna in North Carolina, dove lei lavora come domestica. André cresce con lei, e da lei impara l’importanza del ben vestire. Non è una vita facile la sua, in un periodo in cui la segregazione razziale è ancora la norma negli Stati Uniti. Ma Talley riesce a emergere, vince una borsa di studio alla Brown University e si laurea in letteratura francese. Da lì riesce ad avere uno stage non pagato al Metropolitan Museum di New York, dove conosce Diana Vreeland, la signora della moda americana. La donna, molto esigente, resta colpita dall’entusiasmo, dal talento e dalla cultura del giovane Talley, e lo raccomanda per un lavoro alla Factory di Andy Warhol. André inizia come centralinista, e ci mette poco a farsi notare (spesso dice di essere un principe africano: il portamento e i vestiti giusti li ha, quindi molti gli credono).

Diventa amico di tutte le star del momento, è un habitué dello Studio 54 e di tutti i ristoranti e i locali più giusti. Comincia a scrivere per Interview, la rivista di Warhol, ma la vera grande chance gliela offre il potentissimo editore John Fairchild, che lo manda a recensire le sfilate parigine per il WWD, il suo quotidiano di moda considerato la Bibbia del settore. Una scelta rivoluzionaria: vedere in mezzo alle giornaliste elegantissime, avanti con l’età e bianche questo dinoccolato ragazzone nero, è uno choc culturale che non tutti apprezzano. Se li ricorda bene quei momenti Talley, quando racconta che le pr di Saint Laurent erano solite apostrofarlo alle sue spalle con epiteti sprezzanti e, ovviamente, razzisti. 

Ma l’uomo sa il fatto suo, molto di più di quasi tutti i suoi colleghi, e presto il sistema ne deve prendere atto: la sua amicizia lunga una vita con Lagerfeld nasce anche per la condivisa passione per la storia francese del Settecento. Nel 1987, con il suo arrivo a Vogue America, Anna Wintour lo vuole al suo fianco come fashion director prima, direttore artistico poi e infine fashion editor at large. Nessuna sfilata può cominciare se non si vedono in prima fila il caschetto castano di lei e la montagna di tessuto dei cappotti di lui: Valentino Garavani gliene fa uno di coccodrillo rosso, mentre le scarpe che porta sono di Manolo Blahnik, anche quelle su misura.

Quando nel 1989 sua nonna muore, Talley affoga il dolore nel cibo, un meccanismo con cui combatterà per il resto della vita: Anna Wintour e Oscar De La Renta un giorno organizzano una intervention per mandarlo in una clinica dimagrante, mentre in The september issue, documentario del 2007 su Vogue America, le immagini di lui che gioca a tennis su “consiglio” del suo capo in total look Vuitton è memorabile.

Ma gli anni passano, iniziano a farsi strada nuove tecnologie per raccontare la moda, nuove icone e nuovi riferimenti: lentamente (ma nemmeno troppo), diventa evidente che la sua figura è ormai considerata obsoleta a Vogue, e tutte le sue competenze vengono man mano ridistribuite a collaboratori più giovani e sicuramente più facili da gestire. Una cosa che spezzerà il cuore di Talley, che infatti nella sua autobiografia si scaglia contro Anna Wintour, definendola “incapace di qualunque forma di umana gentilezza”, e accusandola di averlo buttato via come una scarpa vecchia. Il peggio è che non era stata l’unica a farlo: Talley, che negli ultimi anni aveva lasciato New York, aveva capito che la pensione, non importa quanto forzata fosse, lo aveva tagliato fuori dal giro. Persino Lagerfeld aveva smesso di rispondere alle sue chiamate, raccontava senza nascondere il dolore.

Dopo Vogue, oltre all’autobiografia e al documentario c’era stata pure la partecipazione al talent show America’s Next Top Model, che lo aveva fatto conoscere al grande pubblico, ma gli ultimi anni non erano stati purtroppo sereni per lui: oltre ai problemi di salute a causa del peso, Talley s’era visto citato in giudizio per oltre mezzo milione di dollari di affitti non pagati dai proprietari della sua casa in Connecticut, suoi amici (la casa apparteneva al ceo americano di Manolo Blahnik, che l’aveva acquistata su sua richiesta).

Instagram si è nel frattempo riempita di tributi molto commossi all’uomo, come c’era da aspettarsi, provenienti da chi lo conosceva e da chi lo ammirava. Sul profilo di Vogue America non c’è ancora nulla a proposito della sua scomparsa: la quantità di critiche apparsa sotto l’ultimo post del magazine è un’ottima indicazione di quanto Talley mancherà.

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