“Ecco perché Conte lecca-lecca Berlusconi”. Fonti riservate: il vero obiettivo politico del premier

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Renato Farina 25 luglio 2020

Giuseppe Conte non è stupido. Dunque ha paura. Pensa al futuro prossimo e a quello remoto. Perciò sta lusingando in pubblico e in privato l’opposizione per garantirsi un salvacondotto. Ha un bisogno disperato di Berlusconi e dei suoi parlamentari che, quando attraverserà sulla corda dell’acrobata le aule parlamentari, gli reggano la rete della salvezza come pompieri di New York. Una per l’immediato. Ma più ancora in prospettiva futura. Vuole legare a sé stesso, almeno per una cavigliuccia, l’opposizione quando teme di dover sopportare l’ira popolare per le sue promesse da peracottaro glorioso. Ce la farà? Mah. Guai però a sottovalutare Conte.
È arrivato a Palazzo Chigi senza alcuna cultura storica, né pratica politica, ma con denti da iena ridens. Sembra a tutti un pesciolone sprovveduto, ben vestito per nascondere la timidezza, ma è il sistema con cui intenerisce gli ingenui per mangiarli in un sol boccone come il lupo travestito da nonna di Cappuccetto rosso. Ora però, proprio adesso che vive il suo trionfo, da furbo qual è, usa la bocca grande e la lingua esagerata del lupo in telefonate mielose e complimentose con lo scappellamento decisamente a destra. La sua tecnica è il «divide ed impera». Cerca di dimostrare ai leader del centro-destra che ciascuno è migliore di quegli altri due stronzi. Finora ha avuto un po’ di gioco solo con Silvio. Non che il Cav si lasci fregare. Ne sanno qualcosa D’Alema (vedi bicamerale) e Renzi (vedi Patto del Nazareno). Ma gode un sacco a sentirsi amato e, diciamola tutta, leccato. Poi ci mette un attimo a trinciare la lingua dell’inciucista di turno, ma intanto non gli dispiace fare la parte del desiderato. Con gli altri non c’è trippa, ma ci prova. Che cosa c’è in ballo? Il 29 luglio si vota per lo «scostamento di bilancio» da 25 miliardi, approvato l’altro ieri dal Consiglio dei ministri. Può essere che il Parlamento in quella data proroghi anche lo stato di emergenza che scadrebbe a fine mese fino al 31 ottobre. Non è il primo extra-deficit che Conte e il ministro dell’Economia Gualtieri sottoposero al Parlamento. Il primo fu in marzo, da 25 miliardi, il secondo in aprile, da 55. Allora il centrodestra votò compatto a favore per senso di responsabilità. Il governo, che ha una maggioranza scombiccherata, sarebbe stato bocciato. Salvini, Meloni e Berlusconi avevano avuto l’assicurazione di vedersi accogliere idee e progetti. Figuriamoci.
Con poco lungimirante presa per il naso, Conte convocò i leader d’opposizione dopo il voto, a decisione prese, e avendo bocciato, anzi neppure aver visionato le proposte della destra. Stavolta ha cercato di comprarsi il voto sul decreto rilancio, che contiene spese insultanti come i centomila euro per biglietti business class per mandare delegazioni all’Expo in Dubai e altre pelose amenità, offendo una mancia da cento milioni di euro da spendersi a voluttà di Lega, FdI e FI. Accattonaggio. Rifiutato. Berlusconi (con Tajani) capisce che Forza Italia in questo momento conta molto, grazie all’abilità e all’esperienza e pazienza di Gianni Letta, e – da buon alleato della Merkel, non sputa né sul Recovery Fund e neppure sul Mes. I suoi senatori potrebbero garantire un viaggio in carrozza a Conte il 29 luglio, per spingerlo poi a chiedere i 36 miliardi del Mes, d’accordo con il Pd e Italia Viva. Mosse forse disperate, da una parte e dall’altra, per garantirsi reciprocamente la sopravvivenza, visti i sondaggi che per 5 Stelle (Conte) e per Forza Italia (B.) parlano di discesa a rotta di collo. La partita vera è quella che si gioca però sui piani di riforma che sono la chiave per accedere con il secchio al pozzo dei miliardi di euro. Forza Italia vorrebbe una bicamerale a presidenza dell’opposizione per elaborarli. Lega e Fratelli d’Italia non paiono affatto dell’idea. Contributo di idee sì, ma Conte si prenda le sue responsabilità. Perché nessuno prevede né rose né fiori, ma cavoli acidi.

Conte cercherà ancora argomenti di seduzione della destra. Sa che la sedia gestatoria su cui si è collocato e su cui volentieri si fa portare in giro per le tivù, le Camere e giornali compiacenti è di legno tarlato. Il filmino propagandistico predisposto da Rocco Casalino sulla trasferta vittoriosa del nostro eroe a Bruxelles funziona nel breve periodo. Conte vi appare come il «Gladiatore». Eccolo che riposa un istante sul divano prima della tenzone contro i cavalieri teutonici e i crudeli tulipani che, nessuno lo sapeva, ma sono piante carnivore. Anche la festa in diretta Rai con il trionfo garantitogli da un Senato pietosamente servile ha fatto crescere la sua popolarità. Settimane, mesi? C’è un problema. I suoi fan hanno esagerato. La copertina del Fatto è un caso tipico di induzione ad un linciaggio autunnale: l’immagine della pioggia di 209 miliardi con cui Conte disseta il popolo, il premier sa bene che non corrisponde alla verità. Arriveranno euro a gocce e a partire dal secondo semestre dell’anno prossimo.
La nostra domanda è se l’Italia giungerà viva a quell’appuntamento, essendo governata da questa manica di incompetenti. La domanda di Peppino, come lo chiama Feltri, è meno altruista. Si chiede angosciato se sarà vivo lui, proprio nel senso di salvarsi la pelle. Non c’è niente di peggio di illustrare al popolo che soffre il menù di una gozzoviglia, salvo poi appendere il cartello: il pane è finito, la cucina è chiusa. In questi casi, si impicca l’oste. Per questo vuole attaccarsi alla coda di Silvio, il gatto dalle nove vite.

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