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Elezioni comunali, nel risiko delle alleanze il Pd rischia di non avere suoi candidati nelle grandi città

La Republica News
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Per il momento di definito c’è poco o nulla. La partita delle alleanze è appena cominciata e il fischio finale ancora lontanissimo. Ma una domanda già adesso sorge spontanea: quale sarà il puzzle che verrà fuori dalla pervicace volontà di Enrico Letta di costruire per le amministrative una coalizione larga di centrosinistra in asse con il M5S, prova generale delle successive elezioni politiche? Il Pd farà incetta di candidati sindaci, come sembrano temere i potenziali alleati, o si acconcerà a fare il donatore di sangue sull’altare del “nuovo Ulivo”?

È l’interrogativo che comincia a serpeggiare fra i dirigenti locali del partito, preoccupati che i Dem possano essere sacrificati in nome di un’esigenza superiore. Ansia piuttosto fondata, almeno a giudicare dal quadro che va componendosi nelle sei città metropolitane chiamate al voto d’autunno, sebbene ancora molto incerto e in continua evoluzione.

Partiamo da Milano, l’unica dove il candidato è ormai blindato: a correre per il centrosinistra sarà l’uscente Beppe Sala, che non solo non è mai stato iscritto al Pd, ma mai neppure lo sarà, avendo annunciato – giusto il giorno prima dell’insediamento di Letta al Nazareno – il suo approdo nei Verdi europei. Miglior sorte potrebbe invece avere il Pd a Trieste, dove dovrebbe spuntarla l’unico sfidante di rito autenticamente lettiano: Francesco Russo, docente universitario a Udine, vicepresidente del consiglio regionale del Friuli-Venezia Giulia, un passato di militanza nei giovani democristiani, è stato anche segretario generale dell’associazione TrecentoSessanta, fondata dall’attuale segretario dem.

Al contrario di quanto va delineandosi a Torino, dove le trattative per celebrare il matrimonio giallorosso fervono da mesi, però sul nome di un esterno in grado di andar bene a tutti, dopo il passo indietro di Chiara Appendino. L’ultimo coniglio uscito dal cilindro ha il volto di un’ex gloria bianconera, Claudio Marchisio, ma l’accordo non è chiuso. A pesare sono le perplessità del Pd cittadino, pronto a schierare il capogruppo in consiglio comunale, Francesco Lo Russo. “Ma lui rischia di fare la fine di Fassino al ballottaggio… Anche perché qui il centrodestra ha un candidato davvero competitivo”, riflettono alcuni parlamentari piemontesi.

Scendendo a Bologna le cose si sono complicate all’improvviso. Sembrava ormai fatta per il giovane Matteo Lepore, assessore forte della giunta Merola, ma Renzi incontrando Letta ha sparigliato. Il leader di Italia viva ha infatti gettato nell’agone Isabella Conti, combattiva e renzianissima sindaca di San Lazzaro, che ora ci sta pensando. Anche se l’ex ministro Francesco Boccia, che da responsabile Enti locali della segreteria nazionale sta istruendo il dossier comunali, ieri ha avvertito: “Chiunque è disposto ad allargare la coalizione è benvenuto. Le regole del Pd sono sempre le stesse: le primarie. Chi ha da fare ulteriori proposte oltre a quelle emerse ed è disposto al confronto politico, può farlo candidandosi”.

Tralasciando per un attimo Roma, ecco Napoli. Dove invece una soluzione appare a portata di mano. I rapporti tra alleati “sono vivaci, ma qui una coalizione c’è”, rivela chi partecipa alle trattative. E una volta blindato il perimetro “da De Luca ai 5 Stelle” arriverà anche la chiusura sul candidato. Due in ballo: il presidente grillino della Camera, Roberto Fico, e l’ex rettore dell’Università Federico II, Gaetano Manfredi, che nel governo Conte II ha fatto il ministro in quota pd. A partire favorito è però il primo.

E veniamo al nodo dei nodi. La capitale. Dove l’alleanza M5S-Pd rischia di naufragare a causa dello scoglio Virginia Raggi. L’unico in grado di poter disincagliare il vascello demostellato si chiama Nicola Zingaretti, che però fa il presidente del Lazio e ha declinato la proposta. Ma il pressing su di lui è fortissimo, anche perché è ritenuto il solo capace di far desistere i troppi contendenti già in pista per il centrosinistra. A cominciare da Carlo Calenda, che però – avvertito del pericolo – ieri ha indetto una conferenza stampa proprio per ribadire: “Resto in campo anche se si candida Zingaretti”. Una prova di forza per obbligare il Pd a convergere su di lui. Come in fondo spera pure Virginia Raggi, la sindaca uscente decisa a mettersi contro una parte del suo stesso Movimento pur di restare in Campidoglio. Ma il Pd non intende saperne, né dell’uno, né dell’altra. Ed è pronto a schierare, qualora la carta jolly dovesse restare nel mazzo, l’ex ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che ha già dato la sua disponibilità a cimentarsi nella sfida più ardua.



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