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Elisabetta Sgarbi racconta Franco Battiato: “Il suo insegnamento più importante? Che il successo non è niente”

La Republica News
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Elisabetta Sgarbi è una delle persone che, negli ultimi anni, è stata più vicino a Franco Battiato. Un’affinità elettiva, come ci racconta, che, nata per caso, col tempo ha prodotto diversi risultati sul piano artistico. Prima di tutto il cinema, un tipo di cinema molto particolare – e non potrebbe essere altrimenti trattandosi di Battiato – “di mente e di parola, non di narrazione”.

Nel 2007 Sgarbi pubblicò direttamente in libreria il film di Battiato Niente è come sembra “sulle verità ultime dell’esistenza” che, mai come adesso, risuona importante. Varrebbe la pena andarlo a rivedere per capire qualcosa in più di questo grande, geniale, particolarissimo artista che è riuscito a “far cantare alle masse versi raffinatissimi di filosofi, Sufi, mistici”. 

Elisabetta Sgarbi e Franco Battiato sul red carpet del Festival internazionale del Film di Roma all’Auditorium Parco della Musica per la proiezione di ‘Racconti d’amore’ (fotogramma)
Quando e come ha conosciuto Franco Battiato?
“Erano i primi anni Novanta. E la responsabile fu mia madre. Eravamo in vacanza a Taormina, e lei mi disse ‘andiamo a trovare Franco Battiato’. Io le dissi che non potevamo presentarci a casa sua senza conoscerlo. Ma mia madre era fatta così. Ci presentammo a Milo, io, timidissima e imbarazzata, non spiccicai una parola. Ma Franco, mi disse poi, che da quel momento sentì che ci eravamo sempre conosciuti, che il nostro legame ci precedeva. E qui iniziò la nostra amicizia”.

So che avete passato dei giorni di vacanza insieme: come passavate il tempo?
“Lavorando a un libro intervista che avremmo dovuto curare con Eugenio Lio. Si sarebbe intitolato – titolo di Franco Battiato – C’è quello che c’è. Un libro sulle cose ultime e penultime della vita. Registrammo moltissimo. Poi Franco tagliò il 70%. Era di un rigore assoluto. Diceva che certe cose non si potevano dire e dare al pubblico senza preparazione adeguata. Restarono una quarantina di cartelle: qualcosa di quel dialogo abbiamo pubblicato, con il consenso di Franco, su Linus lo scorso anno. Lo aveva anticipato proprio Robinson, il settimanale culturale di Repubblica“.

Era molto bello: parlava della “crisi benedetta” che sopraggiunse a un certo punto e che cambiò tutta la sua vita. Ma nel suo caso che cosa la attirava di lui?
“Lo diceva Franco, un legame che ci precedeva”.

Elisabetta Sgarbi e Alice, insieme a Franco Battiato, alla 14esima edizione de ‘La Milanesiana’, la manifestazione di letteratura, musica, cinema, arte ideato da Sgarbi
 (agf)

Vi sentivate spesso? Quale era il tema delle vostre conversazioni? Il cinema, immagino…
“Ci chiamavamo senza motivo, solo per il piacere di sentirci. Come faceva con pochi ma certi e fedeli amici. Poi il cinema, certo. Era un linguaggio che Franco scoprì tardi, ma che trovò congeniale per esprimere le sue idee sulla vita e sulla morte. Il suo era un cinema non di narrazione, ma di mente, di parola. Dopo Perduto amor, con una decisione tipica di Franco, virò sul ‘suo’ cinema. Ovviamente non venne capito, ma a lui non interessava: lui, come ogni grande artista, sapeva che non aveva altra possibilità che percorrere quella strada tortuosa, ma assolutamente ‘sua’. E lui guardava il mio cinema, suggerendomi ‘i suoni e il silenzio’. ‘Conta di più il silenzio che la musica al cinema. Impara a togliere’, diceva. E mi insegnò il valore dei rumori e del silenzio che nascono dalle immagini: in particolare è quello che ha fatto nel mio film su Ghirri, Deserto Rosa, di cui lui realizzò la colonna sonora originale: un capolavoro”.

Quali sono state le cose più importanti su cui avete lavorato insieme?  
“Molti progetti in molte direzioni: pubblicai alcune cose di Manlio Sgalambro, grazie a lui. E poi, con l’entusiasmo assoluto di Franco, che volle saltare la classica distribuzione nei cinema, pubblicai Niente è come sembra, il suo film sulle verità ultime dell’esistenza. Collaborò a gran parte dei miei film dal 2008 in poi, curando la scelta musicale e in parte componendola. Mi fece fare una parte nel suo esordio cinematografico, Perduto amor, dove ‘recito’ la parte dell’editore che gli pubblica un romanzo dal titolo assurdo. E poi quel video divertentissimo di Passacaglia, dove Eugenio guida la macchina, e io gli sono a fianco, cantando Passacaglia. E si vede Franco sul sedile posteriore. E mille altre cose”.

Qual è la cosa che ricorda più volentieri di lui?
“Quando mi chiamava al telefono e diceva, con la sua voce inconfondibile, “Betty Wrong”. Ecco, quella voce che mi chiama mi mancherà molto. Potrò sentire la sua voce bellissima che canta le sue canzoni, ma non la sentirò più che chiama il mio nome o il mio pseudonimo (Betty Wrong appunto: “la mia parte sbagliata che poi è forse è quella più giusta”, ndr). Questo è irreparabile. Conserverò sempre La rosa, da lui dipinta, che insieme abbiamo scelto come logo della Milanesiana. Ogni anno, a seconda del tema, La rosa cambia vestito. Ma il disegno è quello”.

(ansa)
Quale è stata la cosa invece che più la ha colpita, la più inaspettata?
“Quando lo conobbi. Non so se il nostro legame precedesse quell’incontro, come dice lui. Ma certo il modo in cui comprese il mio silenzio dette un tono a tutti gli anni a venire. Mi sembrava di non dire nulla e invece lui capiva tutto. E poi lo studio. Franco studiava. Non era solo curioso, studiava. Aveva una cultura della mistica, della scienza, che aveva maturato in anni di lettura e di frequentazione della casa editrice Adelphi, di Fleur Jaeggy e Roberto Calasso. La caparbietà che metteva per riuscire al meglio in ciò che non sapeva (ancora) fare, è un esempio”.

Qual è la sua canzone che più ama e perché.
“Ah, no, questo non me lo chieda. Questo non posso farlo. Ci sono versi che risuonano nella mia testa e si cantano da soli: ‘E il mio maestro mi insegnò a cercare l’alba dentro l’imbrunire’; ‘L’animale che mi porto dentro, che si prende tutto anche il caffè’; ‘E ti vengo a cercare perché sto bene con te’; ‘Questo sentimento popolare nasce da meccaniche divine’. Non ce ne rendiamo conto, ma Franco ha fatto cantare alle masse versi raffinatissimi di filosofi, Sufi, mistici”.

Lei è stata una delle poche persone a frequentarlo anche nel periodo della malattia: c’è un ricordo di lui che può raccontarci?
“Andai a trovarlo poco più di un anno fa. Era debole. Mi fece vedere i suoi ultimi dipinti. E poi gli chiesi di suonare qualcosa al pianoforte. E lui lo fece”.

Franco Battiato durante la 68esima Mostra del cinema di Venezia durante la presentazione del film di Elisabetta Sgarbi, ‘Quiproquo’ (ansa)
Qual è l’insegnamento che Franco ci ha lasciato?
“Che il successo non è niente, è effimero, un soffio, come tutto nella vita. A meno che non venga accompagnato da una consapevolezza ulteriore, da un ‘occhio interiore’, che coglie L’essenziale.  Questa consapevolezza immunizzava Franco da mode, falsi miti, dal successo stesso”.

Franco credeva nella reincarnazione: in chi potrebbe reincarnarsi nella sua prossima vita?
“Franco era un uomo giusto e generoso. Si dovrebbe reincarnare in qualcosa di ancora più alto. E mi è difficile pensare a qualcosa di più alto, ora. Spero di incontrarlo e riconoscerlo negli occhi di un bambino”.



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