Embraco, l’arcivescovo di Torino attacca il ministero dello sviluppo: “Le istituzioni devono ascoltare i lavoratori”

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“Mi addolora molto vedere come vengono trattati i lavoratori”. Lo ha detto, riferendosi alla questione Embraco, l’arcivescovo di Torino, Cesare Nosiglia, durante la messa di Natale. Il riferimento è alla trasferta romana di una delegazione di lavoratoridell’azienda di Riva di Chieri, ma, ha sottolineato il prelato, “purtroppo anche questa volta il ministro dello sviluppo economico non si è presentato come anche altre istituzioni locali che avevano promesso di essere presenti”.
“Sembra che i lavoratori – ha osservato Nosiglia – diano fastidio alle istituzioni, le quali hanno il dovere di ascoltarli e aiutarli a superare l’attuale precaria situazione.
Non c’è maggiore spregio di una persona quando questa privata della sua dignità ha la sensazione di non contare niente in una realtà che pure la riguarda in prima persona. Non possiamo accettare come comunità cristiana e civile in silenzio e rassegnazione questa situazione. Non possiamo accettare che la cultura del profitto incrini l’identità sociale di un territorio. Dobbiamo reagire per allontanare la paura e il disorientamento: il dramma che stanno vivendo questi nostri fratelli deve essere assunto con grande impegno e viva partecipazione dalle nostre comunità e da ogni persona di buona volontà”.

I quattrocento lavoratori della Embraco sono destinati al licenziamento il prossimo 22 gennaio dopo tre anni di inutili speranze di una soluzione alla crisi dell’azienda scaturita dalla decisione della Whirpool, capogruppo della Embraco, di trasferire la produzione in Slovacchia chiudendo lo stabilimento nell’hinterland torinese. Poi, dopo questo primo dramma, i lavoratori sono stati vittima anche del fallimento dell’operazione salvataggio messo in campo dal governo ma affidata a una cordata di cavalieri bianchi – la Venture capital – che è finita con un’inchiesta penale.

Ma il cuore dell’omelia della messa di Natale è stato dedicato alla povertà. “Più il tempo passa, più gli invisibili che avevano cercato di farcela con le loro forze residue si trovano senza risorse. I problemi si stanno ulteriormente intensificando perché vanno a toccare contemporaneamente molti e diversi nodi della vita delle persone in un processo di addizione continua” e “le povertà non sono solo quelle ádi un certo numero di persone che ci chiede aiuto áe sostegno ma sono ormai parte integrante della nostra comunità ecclesiale e civile” ha detto Nosiglia sottolineando: “i volti delle fragilità sono sempre più trasversali perché, ormai, nessuno può più dirsi sicuro di fronte all’evolversi spesso imprevisto della situazione”.

Dai negozianti ai carcerati

L’arcivescovo ha fatto un lungo elenco di sofferenze.  “Penso ai tanti piccoli esercizi commerciali che hanno abbassato la saracinesca. Penso a tanti lavoratori áche vivono il dramma della disoccupazione e a tanti cinquantenni che rischiano di essere espulsi dal mondo del lavoro e rischiano di non trovarne più uno o a tantissimi giovani che nemmeno più lo cercano tanto sono delusi dall’aver bussato invano a tante porte chiuse o vivono la precarietà permanente di lavori sempre saltuari – ha detto – penso alle ditte artigiane áo imprese piccole e medie costrette a fermarsi in modo improvviso. Penso alle famiglie sottoposte a provvedimento di sfratto nonostante la morosità incolpevole. Penso a quello zoccolo duro di fratelli che vive in strada e continua a farlo per mancanza oggettiva di prospettive. Penso alle difficoltà di un numero sempre crescente di migranti e di richiedenti asilo, approdati tra noi áancora in bilico tra diritti e accoglienza. Penso alle famiglie che si frantumano su relazioni interpersonali difficili e che pagano, soprattutto nei figli, il prezzo alto dell’abbandono. Penso alle persone anziane e sole colpite da una acuzie sanitaria e in seria difficoltà per una vita solitaria. Penso ai disabili, troppo compatiti e poco ascoltati. Penso ai carcerati in fase di uscita, rimbalzati dal muro di gomma costruito in ragione degli errori commessi, scontati e, forse, non perdonati”

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