Essere di sinistra vuol dire produrre valore

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A chi non è frastornato dal lancio di coltelli, cui si dedicano reciprocamente i gruppi dirigenti della sinistra, appare chiaro che la sinistra sta arrivando sul crinale dirimente delle “decisioni irrevocabili”: “Che cosa è sinistra?”. Non è facile rispondere, perché grande è la confusione sotto il cielo, se il neo-ministro dell’Istruzione e del merito accusa la “scuola di classe” come un fan sessantottino di Don Milani; se Giorgia Meloni parla del lavoro come un Landini qualsiasi; se “le idee di sinistra sono migrate a destra”, come sostiene Ricolfi. La sinistra è sempre stata l’autocoscienza teorica dei gruppi, dei ceti, delle classi sociali, che erano soggetto-motore di modi più avanzati di produzione e di interpretazione del mondo.

La sinistra whig del ‘600/700 e poi la sinistra rivoluzionaria francese sono state forze di innovazione e sviluppo rispetto al modo di produzione e alle classi all’epoca dominanti. Il Manifesto di Marx ne esaltò la forza rivoluzionaria. E quando prese le parti del proletariato, non lo fece perché affascinato evangelicamente dagli “ultimi” e dagli “oppressi”, né perché aveva a cuore “Gli Eguali” di Babeuf-Buonarroti, ma perché investiva su un nuovo soggetto rivoluzionario, da lui ritenuto capace di sviluppare le nuove forze produttive, che la classe borghese tendeva a soffocare dentro i rapporti di produzione capitalistici, fondati sulla proprietà privata: il proletariato era motore di sviluppo della civiltà.

Marx identificava modernamente le forze produttive con la scienza, il sapere, l’uomo come tale. Per definire questo mix usò l’espressione “coscienza enorme”. Oggi si chiamerebbe “Indice di sviluppo umano”. La sinistra la rappresentava e ne era il motore.
Quanto di esagerato ottimismo illuminista e positivista e quanto di hegelismo finalistico ci fosse in quelle posizioni e quanto di tragicamente fallimentare nelle proposte di statizzazione integrale dei mezzi di produzione e di dittatura del proletariato oggi è facile vedere, con il senno di poi. I regimi comunisti non hanno affatto sviluppato le forze produttive. Perciò la storia ne ha fatto giustizia definitivamente nel 1989. Per svilupparle sono dovuti passare, come la Cina, ad un feroce e oppressivo capitalismo di stato.

Non si può dire che la sinistra italiana abbia fatto, finora, un bilancio serio di quella vicenda storica. E si vede. O per meglio dire: solo il Psi lo ha fatto realmente, tra il 1956 e il 1976, il Pci-Pds-Ds-Pd neppure dopo l’89. Di qui la sua identità incerta e la sua collocazione irrisolta rispetto alla società. Continua a trastullarsi nel dibattito novecentesco tra riformisti e massimalisti, tra moderati e radicali, e a pascersi di nostalgie del “lampo del ’17”.
Il fatto è che la sinistra, deviata dal comunismo bolscevico, ha smarrito la sostanza razionale della propria storia secolare. “Essere di sinistra” vuol dire sviluppare le forze produttive: cioè fare politiche di impresa – grande, media, piccola – lavoro, ricerca, scienza, tecnologia, intelligenza artificiale, Rete, scuola e educazione, università; fare politica della famiglia e della natalità, immersi come siamo nell’inverno demografico. Vuol dire costruire le condizioni che favoriscano lo sviluppo umano, civile, sociale.

La prima: uno Stato politico capace di governare il Paese e le sue interdipendenze globali. Da qualche decennio, dall”89 appunto, le istituzioni progettate nel ’48, non consentono più di farlo. L’instabilità patologica dei governi e l’astensionismo crescente sono fattori di declino delle forze produttive. La politica attraversa una crisi istituzionale che solo una volontà costituente può aggiustare.
La seconda condizione: uno Stato amministrativo riformato non dal punto di vista degli addetti, ma da quello dello sviluppo economico, civile, umano del Paese. Per prendere i voti degli addetti statali, la sinistra è finita prigioniera delle pulsioni corporative e dei rentier di ogni risma annidati in ogni dove, perdendo i voti degli utenti e dell’utente-Paese.
La sinistra può difendere il welfare e battersi per l’eguaglianza, solo se favorisce la produzione di valore e la creazione conseguente delle opportunità. Sennò si trova a praticare l’egualitarismo pauperistico e il populismo distributivo, spacciati per eguaglianza reale e per giustizia sociale. La strada da Mélenchon ad Achille Lauro, passando per la scorciatoia di Giuseppe Conte, non è di sinistra.

L’autore, ex Pci, cattolico, è uno degli intellettuali di Libertà Eguale, l’associazione dei liberal del Pd

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