Europei, il Portogallo non è più solo Cristiano Ronaldo: vuole il bis pensando al Qatar

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Cinque anni fa il Portogallo diventò campione d’Europa con una squadra nemmeno paragonabile a quella di oggi, e con mezzo Ronaldo appena. Cristiano arrivò in Francia stanco e acciaccato, arrancò nelle prime partite come del resto la sua nazionale, che si qualificò ai ripescaggi dopo tre scialbi pareggi nel girone più facile (Islanda, Austria e Ungheria), fu all’altezza di se stesso soltanto nel gol ciclonico che segnò al Galles in semifinale (unica partita che i portoghesi vinsero nei 90′) e in finale finì per terra dopo solo 8′, colpito al ginocchio da Payet. Uscì in lacrime un quarto d’ora dopo e il suo contributo fu quello del capitano non giocatore: passò la partita in piedi davanti alla panchina, spingendo i suoi a gesti e con la voce. Da leader, come in campo non aveva mai saputo essere.

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L’evoluzione dei campioni

Cinque anni dopo, il Portogallo presenta l’evoluzione della squadra che ha vinto il primo trofeo della storia lusitana (due anni fa è subito arrivato il secondo, la Nations League): se all’epoca vinse speculando, giochicchiando spesso maluccio, difendendosi molto ma benissimo, adesso la nazionale rossoverde ha tutti i tasselli a posto, ha la forza e la fantasia, ha la freschezza e la sfacciataggine. È una formazione formidabile, una delle due o tre più forti di questo torneo. Ronaldo ne resta il capitano, ma non è più una spanna sopra gli altri: è un giocatore molto forte tra giocatori molto forti. E dopo anni in cui ha quasi sempre fatto da sé, denunciando spesso un plateale fastidio verso compagni troppo deboli per lui, oggi è perfettamente incastonato in una squadra piena di gioielli che il saggio ct Santos sa gestire con equilibrio e furbizia.

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Santos, il secondo padre di Cristiano

Santos sa essere paterno, sa essere patriarcale. È l’allenatore che più di altro si è imposto a Cristiano senza dargli la sensazione di volersi imporre. Ronaldo lo adora e, cosa ancora più importante, lo rispetta, quasi come fosse un secondo padre. Dopo tutto per la nazionale ha slanci emotivi e romantici che nei suoi club ha sempre centellinato: il senso del collettivo, lo spirito di gruppo, la condivisione, il mutuo soccorso sono concetti che CR7 ha elaborato a fondo soltanto con la maglia rossa addosso, e soprattutto da quando c’è Santos a guidarlo. Se ha una squadra del cuore, quella è il Portogallo.

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L’ambizione mondiale

Santos sa dove può arrivare. Sa che difendere il titolo di cinque anni fa non è soltanto un dovere, ma una concreta possibilità. Ha anche già annunciato senza giri di parole che tra un anno e mezzo il Portogallo andrà in Qatar per vincere la Coppa del Mondo: non ci sono limiti all’ambizione perché attorno a Ronaldo stanno fiorendo talenti senza limiti. Così tanti tutti assieme non ce ne sono mai stati e se Cristiano ha già programmato un altro biennio ai massimi livelli (e se negli ultimi mesi alla Juve ha palesemente tirato i remi in barca, riservando pensieri ed energie all’Europeo con largo anticipo) è perché sa di poter chiudere la carriera con altri titoli internazionali, mentre l’argentino Messi sta ancora a zero.

Da Dias a Fernades, una generazione di fenomeni

Del Portogallo campione d’Europa 2016 resta poco, scalzato da una generazione arrembante che ha rafforzato la squadra ovunque. Adesso ci sono il miglior difensore del continente, Ruben Dias, e il centrocampista più produttivo in circolazione, Bruno Fernandes. Ci sono l’intelligenza raffinata di Bernardo Silva e il talento ancora inespresso ma sconfinato di Joao Felix, i gol di Jota e André Silva, le geometrie e la solidità di Ruben Neves e Sergio Oliveira e infine la freschezza degli ultimi due arrivati, il 18enne terzino sinistro Nuno Mendes e la l’ala 22enne Pedro Gonçalves detto Pote, che hanno appena vinto il titolo con lo Sporting Lisbona.

Il salto di qualità rispetto a Parigi 2016 è impressionante. Si è finalmente riproposto Renato Sanches, la rivelazione di cinque anni fa (una promessa mai mantenuta) e sono sopravvissuti Rui Patricio, Guerreiro, Pepe, Fonte, Danilo Pereira e Moutinho, tutti però, a parte il portiere, con un ruolo meno centrale di un tempo: non perché il tempo sia passato, ma perché continua ad arrivare gente brava, sempre più brava, molto spesso formidabile.

Il girone di ferro

La sfortuna del Portogallo è il girone in cui è capitato (Francia, Germania e l’Ungheria da sfidare a Budapest) e nella possibilità di un ottavo di finale sanguinoso con l’Inghilterra (a Wembley, per di più), ma nessuno può pretendere di diventare campione (d’Europa, del Mondo) dopo una passeggiata tra margherite e mughetti. Il vizio nazionale dei portoghesi una volta era il fatalismo, ma stavolta non uno di loro si è lamentato per questo sorteggio potenzialmente fatale: il Portogallo è nuovo e modernissimo pure in questo.

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