Folla inferocita a Tripoli contro la ministra degli Esteri dopo l’incontro a Roma con il capo della diplomazia israeliana. Al Mangoush fugge in Turchia

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Nella notte la ministra degli Esteri libica, Najla al Mangoush, è fuggita da Tripoli con un volo organizzato dai servizi di sicurezza libici e si è rifugiata a Istanbul, dopo che ieri pomeriggio era uscita la notizia di un suo incontro a Roma con il ministro degli Esteri israeliano Eli Cohen. La reazione a Tripoli è stata violenta: uomini armati hanno attaccato la sede del ministero degli Esteri e hanno anche tentato di appiccare il fuoco alle case del premier Abdel Hamid Dbeibah e del consigliere per la Sicurezza nazionale Ibrahim Dbeibah – in questo secondo caso, a giudicare dai video che arrivano dalla capitale libica, ci sono riusciti.

Il premier libico in serata aveva tentato la mossa di un comunicato ufficiale che addossava alla ministra Al Mangoush la responsabilità dell’incontro con l’israeliano come se fosse avvenuto all’insaputa dei vertici di Tripoli, la dichiarava sospesa dal suo incarico e anche sotto indagine – ma è una versione che non regge. Un incontro a quel livello con un rappresentante del governo di Gerusalemme può succedere soltanto se c’è l’assenso dei massimi livelli e quindi anche del premier Dbeibah. Come se non bastasse, questa mattina Amichai Stein, giornalista delle tv pubblica israeliana, ha citato fonti del governo di Israele per confermare che l’incontro è durato più di due ore e che “era stato coordinato in anticipo con le istituzioni libiche più alte in grado”.

Il colloquio in presenza è avvenuto il 23 agosto e in teoria doveva restare segreto. Per questo era stata scelta Roma, come campo neutro e amico che offriva garanzie di riservatezza. Ma ieri il ministro degli Esteri israeliano Cohen – che tra le altre cose potrebbe essere sostituito tra poco e quindi si sente agli sgoccioli del mandato – in una dichiarazione ufficiale ha detto che l’incontro è stato “storico” e potrebbe essere “il primo passo” verso una normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Davanti a una conferma esplicita era impossibile che non ci fossero problemi.

Nel mondo arabo molti considerano questo processo di normalizzazione un tradimento spettacolare della causa palestinese, che è il motivo delle rottura – ormai da decenni – delle relazioni fra le capitali arabe e Israele. Ci sono Paesi, come gli Emirati Arabi Uniti oppure il Marocco, che hanno ricucito le relazioni e riescono a tenere a bada le reazioni interne. Ci sono altri Paesi, come la Libia, che non si possono permettere lo stesso livello di controllo. Una settimana fa, per un litigio tra fazioni armate a Tripoli ci sono stati due giorni di guerriglia urbana e cinquanta morti.

A Roma Mangoush e Cohen hanno parlato di aiuti umanitari da parte degli israeliani, di progetti per l’agricoltura e la gestione dell’acqua e di una possibile cooperazione per salvare i siti legati alla presenza ebraica in Libia. Parlare di una possibile normalizzazione con Israele è molto prematuro: il Paese è ancora spaccato in due metà e prima di normalizzare i rapporti con l’esterno e persino con Israele dovrebbe riconciliarsi con se stesso.

in questi anni c’erano già stati altri abboccamenti tra libici e israeliani – che però sono rimasti nel campo del non confermato e del non detto. Nel 2021 il generale Saddam Haftar, figlio dell’uomo forte di Bengasi Khalifa Haftar e rivale del governo di Tripoli, volò con un piccolo jet Falcon dagli Emirati Arabi Uniti all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv per parlare faccia a faccia con alcuni funzionari israeliani, prima di fare rotta di nuovo verso la Libia. Secondo alcuni rumor, il padre voleva sondare la possibilità di un appoggio di Israele in cambio di un accordo di normalizzazione. Esistono anche voci su un incontro tra Abdul Hamed Dbeibah e il capo del Mossad, David Barnea, sempre in quell’anno ma organizzato con discrezione durante una visita del libico in Giordania. Ma la notizia data dalla stampa araba fu subito smentita dallo staff del premier di Tripoli.

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