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Fondo, 26 anni dopo un’altra Di Centa: “Ma che ricordi con mio padre Giorgio a Torino 2006”

La chiamata è arrivata inattesa, più della nevicata che imbianca Paluzza e la Carnia in questi giorni di fine anno. Il Tour de Ski, al via il 1° gennaio, sarà la prima esperienza in Coppa del mondo per Martina Di Centa. Il cognome dice già tutto. Martina è figlia di Giorgio, campione olimpico nella 50 km a Torino 2006, mentre la zia è Manuela, due ori e cinque medaglie a Lillehammer 1994. La sua famiglia, da sola, ha fatto metà della storia del fondo italiano. Ora, a vent’anni, tocca a lei portare avanti gli sci stretti e una tradizione che non è un peso, semmai una spinta.
Mai in Coppa, e ora il Tour de Ski. Un bel triplo carpiato.«Ci ho creduto ed è bello iniziare così, otto tappe, tanta fatica, tante occasioni per fare esperienza». 
Finora al massimo solo gare di Coppa Europa per lei: ma che fondista è l’ultima Di Centa?

«Mi piacciono le gare lunghe, ma inizio a migliorare anche nelle sprint. E non saprei scegliere tra la mass start o le gare a cronometro, sono due sforzi diversissimi, ma entrambi hanno un loro fascino, delle regole, delle difficoltà particolari. Il Tour de Ski offre tutti i terreni possibili».
Si parte in Svizzera, nella Val Monastero, poi Dobbiaco e infine la Val di Fiemme, fino al 10 gennaio. Obiettivi realistici?«Nient’altro che fare esperienza. Non ci saranno le norvegesi, purtroppo, sarebbe stato ancor più formativo sciare e lottare con loro. Non ho obiettivi di piazzamento o di classifica. Vivremo alla giornata». 
Il fondo è sempre stato il suo sport?«No, avevo iniziato con la danza e la ginnastica. Le prime uscite sugli sci di fondo però sono arrivate presto, avevo tre anni, dietro mio nonno e poi con mio padre e mia zia. Ancora oggi capita di fare qualche giro della pista di Paluzza con loro. Consigli tanti, ma mai l’imposizione o l’obbligo di dover diventare fondista. Il fondo non può che essere una libera scelta. E devo ringraziare il Gruppo Sportivo dei Carabinieri per il sostegno, per la competenza che mette a disposizione di noi atleti, per i materiali, per le occasioni di confronto che ci dà». 
Lei è l’unica dei quattro figli di Giorgio ad aver portato avanti la tradizione.«Per un motivo o per l’altro le mie due sorelle e mio fratello non hanno proseguito. Io sì, mi piace. Lo sci alpino no. Anzi, non lo so».
Perché?«Perché non l’ho mai provato, non ho mai messo gli sci da discesa in vita mia. Avrei voluto farlo qualche mese fa, ma a marzo c’è stato il lockdown, e anche adesso le cose non vanno meglio. Noi del fondo abbiamo un leggero vantaggio, non dobbiamo prendere mezzi di risalita. Usciamo di casa e siamo già in pista». 
Quanto pesa essere una Di Centa, dover essere all’altezza?«Direi niente, perché io vado per la mia strada, con umiltà e dedizione al lavoro. Se i risultati verranno sarà perché sarò stata brava, al contrario non me ne farò una malattia. So di appartenere a una famiglia importante in questo sport, quello sì». 
Quante volte ha rivisto la volata d’oro di suo padre nella 50 km olimpica di Torino 2006?«Tante, negli ultimi tempi. Ero là, a Pragelato, avevo 6 anni, non ricordo tanto, solo una vaga, infantile eccitazione per quella vittoria. Le immagini le ho riviste spesso negli anni e qualche mese fa ho anche gareggiato a Pragelato, ed è stata un’incredibile emozione. È una pista difficile, molto tecnica, molto bella. Ho rivisto spesso anche i filmati di mia zia Manuela, le sue Coppe del mondo, i suoi ori a Lillehammer. Lì sì, ero davvero piccolissima».
Perché in Italia il fondo al femminile fa così fatica oggi?«Non è facile dare una risposta, anzi è molto complicato. C’è molta concorrenza, i paesi scandinavi sono molto forti. Ma non ho conoscenza diretta delle cose. Magari dopo il Tour de Ski ne saprò di più».



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