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Franco Battiato, dieci dischi per ricordare il maestro

La Republica News
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Sarà struggente, d’ora in poi, riascoltare la sua versione di Era de maggio. L’album era Fleurs, 1999, Franco Battiato, morto oggi a 76 anni, chiudeva il secondo millennio omaggiando a suo modo, con un disco di cover, la musica che lo aveva accompagnato fino a quel momento. A suo modo. Ovvero tracciando una linea retta tra l’alto e il basso, il colto e popolare, lo spirito e il corpo, il pop e l’avanguardia. E potrebbe essere questo l’elemento da dover scegliere, se costretti, per caratterizzare la sua enorme carriera musicale. 55 anni di musica, migliaia di concerti, centinaia di canzoni e decine di dischi nel nome dell’assoluta libertà da gerarchie, canoni e formule. Conoscere tutto per poterlo dimenticare: per creare il nuovo. Facendo un torto a tutti gli altri dischi – e alle opere come Telesio, alle sperimentazioni come Campi Magnetici e alle raccolte dal vivo – ne scegliamo dieci.

È morto Franco Battiato, genio della musica italiana

Fetus (1972)

Dopo gli anni della canzone di protesta e della scoperta del beat, del viaggio dalla sua Sicilia a Milano, delle lezioni dai maestri della musica elettronica, Battiato realizza nel 1972 il suo primo vero disco. Fetus è un groviglio lisergico di parole e suoni, pura psichedelia che non disdegna la forma canzone. Energia e Fenomenologia sono canzoni sbilenche e memorabili. I suoi anni ’70 si aprono così e proseguono in pura sperimentazione tra musica concreta e la tentazione della canzone.

L’era del cinghiale bianco (1979)

Il viandante sonico degli anni ’70 ritrova la strada di casa. Ritorna alla forma canzone. E che canzoni: “Pieni gli alberghi a Tunisi nella vacanze estive. A volte un temporale non ci faceva uscire”: si apre così la title track, indimenticabile. Seguita da vette di puro genio: il funk anestetizzato di Strade dell’Est, la sospensione contemplativa de Il Re del Mondo, la nostalgia senza fine di Stranizza d’amuri, sussurrata con l’amara dolcezza del siciliano.

La voce del Padrone (1981)

Forse l’album più importante della musica leggera italiana negli anni ’80 e non solo. Quello che sancisce che una certa forma di rock può essere radicata anche nel paese del Belcanto. La scaletta è quella di un qualsiasi Greatest Hits: Summer On a Solitary Beach, Bandiera Bianca, Gli Uccelli, Cuccuruccuccù, Segnali di Vita, Centro di Gravità permanente, Sentimento Nuevo. Una dopo l’altra. Ritornelli da stadio, testi in puro post-modernismo: lo specchio musicale perfetto per l’Italia di quegli anni.

Come un Cammello in una Grondaia (1991)

Qualcosa di molto vicino alla musica sacra. Povera Patria è quasi un miracolo: una convivenza perfetta tra l’estasi della musica e la lucidità del testo. Parole che ancora oggi risuonano come definitive nella descrizione dei mali dell’Italia. Un disco che omaggia la musica classica tedesca e che contiene un altro capolavoro: L’Ombra della Luce. Nessuna altra volta la canzone pop italiana è arrivata così in alto.

L’Imboscata (1996)

Varrebbe solo in quanto contenitore de La Cura. Semplicemente la canzone perfetta. Forse il simbolo di tutta la produzione di Battiato. Ma nel secondo disco in cui collabora con Manlio Sgalambro c’è tanto altro: Di passaggio, Strani Giorni, Amata Solitudine. Arrangiamenti studiati alla perfezione per un disco che pur avendo tanto degli anni ’90 è assolutamente fuori dal tempo.

Gommalacca (1998)

Il Maestro chiama a se i discepoli. Morgan, Madaski, Ginevra De Marco. Giusto per mettere in piedi una jam session da brividi. Shock in My Town porta la musica italiana sullo stesso piano della musica internazionale di quegli anni: sembra di ascoltare insieme i Depeche Mode, il Bowie invaghito della musica jungle, i Massive Attack. Ma è puro Battiato: come in Casta Diva (una lettera d’amore alla Callas), Il Ballo del Potere, Vite Parallele.

Fleurs (1999-2008)

Tre dischi, il canzoniere dell’arcipelago musicale di Battiato. Tutte cover e qualche inedito. Era de maggio e Ruby Tuesday, Impressioni di Settembre e Ritornerai, Il Cielo in una Stanza e la Canzone dell’Amore Perduto. Una geometria degli affetti musicali fatta con assoluto rigore cercando nel canto altrui le radici del proprio.

Il vuoto (2007)

Facile ascoltare a posteriori. Ma qui inizia la sublimazione del canto di Battiato. Che diventa etereo, intoccabile, elemento in fuga dal mondo. Niente è come sembra è forse la canzone cardine di un disco che si muove condensando quasi tutti gli elementi della carriera del musicista siciliano. Tra gli altri, l’omaggio a Cajkovskij di Era l’inizio della primavera.

Apriti Sesamo (2012)

Una dimensione abitata da spiriti: Dante e Santa Teresa D’Avila, Orfeo ed Euridice, la poesia araba-siciliana. Il barocco e il Contemporaneo. Battiato fa le pieghe al presente, ne svela i nessi con il passato, illumina il futuro con le parole – ancora una volta – lavorate insieme a Sgalambro. Cifra di tutto il singolo Passacaglia in cui la ripresa di temi musicali del XVII secolo accompagna una riflessione sulla finitudine, sui rimpianti, sul mondo che sembra vegetare privo di consapevolezza della Storia.

Torneremo ancora (2019)

Voce e orchestra. Il punto di una carriera. Un solo, meraviglioso, inedito: Torneremo ancora. Che vale la pena riportare, oggi, quasi per intero: “La vita non finisce. È come il sogno. La nascita è come il risveglio. Finché non saremo liberi. Torneremo ancora. Ancora e ancora. Lo sai. Che il sogno è realtà. E un mondo inviolato. Ci aspetta da sempre. I migranti di Ganden. In corpi di luce. Su pianeti invisibili. Molte sono le vie. Ma una sola. Quella che conduce alla verità. Finché non saremo liberi. Torneremo ancora. Ancora e ancora”.




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