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Franco Battiato, un visionario tra il mare e il vulcano

La Republica News
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Una volta mi mostrò la cappella riconsacrata, orgoglioso di quei due angeli che aveva dipinto accanto all’altare, lui che prima di allora non aveva mai toccato un pennello. Un’altra volta mi accompagnò nel vecchio palmento, che aveva trasformato nella sua sala di registrazione, ricavando dal legno delle botti un parquet colore del vino. L’ultima volta – già faticava a camminare, dopo la rottura del femore – percorremmo lentamente il giardino, fino alla piscina, e io gli chiesi se non si fosse pentito, lui che aveva vissuto a Milano, si era innamorato di Parigi e aveva comprato casa a Berlino, di essere tornato a Milo, in quella grande villa ai piedi dell’Etna. Franco Battiato scosse dolcemente il capo e mi sorrise con i suoi occhi gentili. “No, io dovevo tornare qui. La Sicilia richiama sempre i suoi figli”.

Milo e il ricordo di Battiato: “La colonna sonora della nostra vita”

Battiato era già Battiato, quando lo incontrai per la prima volta. Tutti e due eravamo cresciuti davanti al mare di Riposto, e sua madre aveva conosciuto mio nonno, che aveva un negozio di macchine da cucire proprio di fronte alla sua casa, in via Gramsci. Forse fu per questo che lui mi regalò la sua amicizia, e molte chiacchierate su quella terrazza che si affacciava su vigneti a terrazzi e boschi di castagno. Franco mi chiedeva della politica romana, io gli domandavo della sua vita. E lui mi raccontava di quella volta in cui, ragazzo, era riuscito a farsi regalare dalle suore di un convento di Acireale un pianoforte in disuso, ma di grande valore. Che lui portò nel garage di casa, felice di avere finalmente lo strumento che sognava. L’indomani, però, non lo trovò più: suo padre, Salvatore, l’aveva venduto. Voleva che il figlio studiasse, senza perdere il suo tempo con la musica.

È morto Franco Battiato, genio della musica italiana

Sua madre, Grazia, non la pensava così. Era stata lei a convincere il parroco del Carmine a far suonare a suo figlio l’organo della chiesa. E quando, dopo la morte del padre, il diciottenne Franco decise di tentare la fortuna a Milano, lei prima lo assecondò e poi lo seguì, assistendo da vicino alla sua straordinaria parabola musicale. Della quale lui, più che il momento del successo, amava ricordare quello della crisi, che arrivò proprio quando i suoi primi concerti facevano il sold out. “Sentivo che la mia musica elettronica faceva da detonatore per l’energia di tutti noi: di chi l’ascoltava e di chi la suonava. Man mano che il ritmo cresceva ci scatenavamo tutti, ed era qualcosa di spaventosamente incontrollabile. Non mi piace, dissi al mio impresario. E smisi”. Quello stop, che lui considerava “un dono divino”, gli diede il tempo di scoprire la mistica orientale e la meditazione, di imparare a suonare il violino, di studiare l’arabo classico. Poi ogni tanto saliva su una di quelle corriere che partivano avventurosamente verso India, e scendeva in Turchia con la sua tastiera. “Ti poteva capitare di tutto”, ricordava. “Una sera seppi che c’era un festival di musica orientale e chiesi se potevo suonare anch’io. Certo, mi risposero, ma c’è posto solo a mezzanotte. Io aspettai il mio turno, poi cominciai con una nota che cresceva lentamente di intensità. Quando rialzai gli occhi dalla tastiera, saranno passati sì e no venti secondi, se n’erano andati tutti”.

I dieci versi dalle canzoni di Battiato da appuntarsi e non dimenticare

Dopo la consacrazione del successo con La voce del padrone – il primo lp italiano a vendere più di un milione di copie – Battiato decise di lasciare Milano per tornare nella sua Riposto, dove comprò un attico di fronte al mare. Ma per colpa di un giardino pensile che il Comune non volle autorizzare lui vendette l’attico a un medico e acquistò dalla baronessa Lavaggi la villa di Milo, ospitale rifugio per i vecchi amici ma anche per i musicisti di tutto il mondo. Gli stessi che lui invitava all’Estate Catanese affidatagli per quattro anni dal sindaco Enzo Bianco, col quale nacque un’intesa così forte da spingere Battiato a dire che avrebbe venduto la sua casa di Catania, se fosse stato eletto un altro sindaco. Entrambe le cose accaddero. Non se la prese: l’aveva messo nel conto. Non aveva previsto, invece come sarebbe finita la sua avventura nella fossa dei leoni della Regione, dove Crocetta lo convinse a diventare il fiore all’occhiello della sua giunta, assessore al Turismo, e poi lo ripagò scaricandolo alla prima curva.

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Aveva cantato per papa Giovanni Paolo II ma non si considerava cattolico. “La mia idea del divino è la mia ricerca” mi spiegava. E sorrideva, quando raccontava la sua lite con il vescovo di Acireale che doveva autorizzarlo a fare da padrino al figlio di un amico notaio, ma ne nacque uno scontro teologico sul dogma della transustanziazione: “Scusi monsignore, se il corpo di Cristo entra in noi con l’ostia, non è blasfemia l’idea di come possa uscirne?”. Il povero notaio, imbarazzatissimo, non sapeva dove guardare.

Franco Battiato, più di 50 anni di musica in immagini

Più di cinquant’anni di musica per il maestro Franco Battiato che è morto oggi all’età di 76 anni nella sua casa di Milo, in provincia di Catania. Capace di spaziare tra generi diversissimi dalla musica pop a quella colta, toccando momenti di avanguardia e raggiungendo una grande popolarità, ha sperimentato l’elettronica, si è misurato con la musica etnica e con l’opera lirica
Lo speciale

Una sera, nel salotto dove ci guardavano i suoi ritratti dipinti con l’oro – gli chiesi cosa fosse per lui la musica. Un’arte, o la più dolce forma di comunicazione? “C’è stato un momento in cui ho creduto che la musica fosse un fine. Ce n’è stato un altro in cui pensavo che fosse un mezzo. Oggi sono arrivato alla conclusione che sia lo specchio della trasformazione di chi la fa e lo strumento della trasformazione di chi la ascolta”. Lui si è fermato per sempre. Ma la sua musica, quella musica che per molti di noi è stata la colonna sonora degli anni più belli, ci porterà ancora il silenzio e la pazienza, e magari ci indicherà le vie che portano all’Essenza. Perché lui sì che era un essere speciale.



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