Funivia caduta, una felpa e un passeggino: tracce di vite perdute sulla salita del dolore

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Eccolo, il passeggino di Tom. Vederlo qui in mezzo al fango e alle pietre, accartocciato ai piedi di un abete, fa impressione, vorresti solo piangere. Un passeggino nero: la barra di protezione e il maniglione rivolti all’insù, il cestello portaoggetti due metri più in là. Due, come gli anni di Tom Biran. Appena dietro l’albero a cui è legata una delle corde di ancoraggio del telo che copre la carcassa della cabina della funivia, c’è un kway. Rosso. Bordato di blu. Il vento che scende dalla gola del Mottarone lo scuote un po’, poi s’arrende al pezzo di ferro che ferma la manica ad altezza gomito. Sono i dettagli che straziano, il giorno dopo. Gli oggetti della vita che non c’è più. Le loro cose, dei 14 morti.

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Indumenti sparsi in mezzo a tronchi, rami, lamiere, vetri. Fettucce di cavo avvolte dalle strisce di plastica dei carabinieri. Effetti personali di una gita sparpagliati tra i cocci di quello scatolotto bianco e rosso diventato bara e celato alla vista perché dentro ci sono resti che fai fatica anche solo a immaginare. Ecco la parte bassa del portellone della cabina: è riversa a terra, sul tappeto marrone degli aghi di abeti. C’è il numero 3 cerchiato sopra. Poco più giù, l’altra parte, il telaio del finestrino piegato come fosse un cucchiaino. Ma la pelle d’oca viene quando scorgi ciò che è adagiato intorno. Un astuccio bianco e rosa. Era di Mattia Zorloni, morto a 6 anni abbracciato a papà Vittorio e a mamma Elisabetta? Forse. Una scarpa da uomo. Bianca con l’interno arancione fluorescente, di marca giapponese. È appoggiata su un tronco. Chi la portava? Magari Alessandro Merlo, il fidanzato di Silvia che era fresca di laurea, 29 anni lui, lei tre in meno, erano saliti da Varese. O magari Mohammadreza, il 23nne iraniano che stava con Serena Costantino: andavano in vetta per festeggiare la borsa di ricerca che lei aveva vinto con il Cnr.

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E questa felpa grigia e rosa a quadretti da donna di chi era? Penzola da un ramo. Domenica faceva caldo: può darsi che Roberta Pistolato, prima di iniziare la salita dall’Isola Bella, se la fosse legata intorno alla vita nel giorno del suo quarantesimo compleanno che voleva festeggiare lassù in cima al Mottarone insieme al marito Angelo. E invece è precipitata nel vuoto da un’altezza di circa 20 metri. Insieme agli altri tredici. Cinque famiglie. Come può essere che il copricollo nero, infangato e zuppo di acqua, appartenesse, o magari no, a Tal Peleg. La mamma del piccolo Tom che stava nel passeggino, e a fianco c’era il marito Amit, morto anche lui, e l’altro figlio, Eitan Moshe, 5 anni. L’unico sopravvissuto della strage di Stresa.

Ventiquattr’ore dopo lo schianto c’è un silenzio di morte. Percorrrendo a piedi i 600 metri del sentiero che dal tornante della strada porta al punto dove la cabina della funivia Stresa-Mottarone ha finito la sua corsa in picchiata, all’indietro, senti solo il gorgoglìo dei due ruscelli. Piove. Foschia invernale. Angoscia. Mezz’ora di cammino nel fango e siamo accanto alla carcassa della cabina. Il vano passeggeri sembra conficcato nella terra. Cinquanta metri più su del cavo spezzato; altri cinquanta sotto un pilone del secondo tronco del percorso: quello che va da Alpino alla cima del Mottarone.

L’ultimo cerchio dell’inferno è un prato largo una cinquantina di passi. È l’arteria che scorre in mezzo ai boschi fitti e cioè la strada della funivia. Un muro lungo il quale la morte si è presa i passeggeri mentre la cabina scarrucolava prima di staccarsi e rotolare a valle. Fino ad arrestarsi qui dove una parte di abeti e larici ha fatto da ultima diga. Tre, quattro mascherine chirurgiche azzurre. Altrettante paline color arancio per segnare le distanze. I punti di caduta. Non soltanto del mezzo meccanico. Salgono gli uomini del Soccorso alpino perché ci sono le fotografie per i rilievi da fare. Sarà la base da cui incomincerà l’iter complesso delle perizie. Il dopo, che è tremendo tanto quanto il tempo di mezzo, ovvero questo, un tempo immobile tra l’area posta sotto sequestro, i sentieri chiusi – a monte e a valle -, da carabinieri, Forestale e Guardia di finanza, e il vecchio tracciato della cremagliera che un tempo collegava il Mottarone a Stresa. “ll lavoro da fare è aggiacciante ma è l’unico modo che abbiamo per dare giustizia a chi stava là sopra”, dice una giovane guida alpina guardando verso il telone grigio. Risaliamo per un paio di centinaia di metri. Nell’atmosfera sulfurea del giorno dopo, in questo Cermis lombardo-piemontese vediamo altre tracce tremende: sbarre di acciaio spuntano dalle frasche, qua e là altre mascherine, un foulard. Sono i segni della folle corsa di un mezzo che aveva sì 50 anni, ma, dicono, era stato manutenuto, riparato, sostituito in alcune parti. Per arrivare sul “balcone più bello d’Italia”, su a quota 1.492 metri, gli amanti del trekking se la fanno attraverso i sentieri. C’è un percorso ordinatissimo, le targhe rosse di legno a segnalare la direzione. Lo stesso vale per i ciclisti. Al bar Stazione, metà salita, in località Alpino, il punto di ricarica per le mountain bike elettriche è deserto. Diluvia, è vero. “Ma dopo questa tragedia a chi viene voglia di salire, oggi?”. Eppure qualcuno c’è. I carabinieri hanno inseguito tre ragazzi che si aggiravano sopra, prima dell’ultimo pilone, a fare fotografie. L’area posta sotto sequestro, fino a ieri pomeriggio, era limitata al solo perimetro dentro il quale si era compiuta la traiettoria tremenda della cabina. Poi, su disposizione del procuratore capo di Verbania, Olimpia Bossi, la zona off limits è stata estesa.

“Qui quando c’è bel tempo la gente arriva a fiumi”, raccontano i gestori del camping Sette Camini, a valle. I bungalow e le roulotte punteggiano la spianata che ti lasci sulla sinistra infilando i tornanti. Venerdì da queste salite passerà il Giro d’Italia. Sono le beffe della vita: dramma e liturgie sportive.

Sì, ci sarà un minuto di silenzio. Come ha fatto il Campionato di calcio domenica. Ma lo strazio guardando la faccia di Tom Biran, due anni, nessun silenzio e nessuna prece lo possono placare.

Alla stazione di Alpino c’è una baita giallo ocra. Il proprietario domenica ha sentito un boato. Era il cavo della funivia che è andato a sbattere sulla facciata. Adesso lo vedi lì, che pende morbido, disegna una C rovesciata nell’aria.
Arrivano Massimo e Sonia Defendi. Escursionisti, marito e moglie. Bresciani. Camminano con le racchette da trekking e chiedono dove è finita la cabina. “Noi abbiamo visto le immagini in televisione, sì, siamo venuti perché era da un anno che mancavamo. Ma voi sapete dove è il posto?”.

È la domanda rituale. Una troupe televisiva norvegese fa base a Stresa. Alla “Rosa dei venti”, ristorante-pizzeria sul lungolago, si rifocillano perché sono saliti all’alba per cercar e di catturare delle riprese decenti in mezzo alla foschia. I titolari del locale, padre e figlio, non trovano le parole. “Avevamo ricominciato a vivere ieri, non ci sembrava vero rivedere i turisti, italiani e stranieri, riempire Stresa. La gente stava finendo di pranzare ed è arrivata la notizia. Nessuno pensava una roba del genere. Quattordici morti, i due bambini”.

Il lido del lago Maggiore è spazzato dal vento umido, non si vede un’anima: solo pattuglie delle forze dell’ordine e cronisti. “Quel posto è spettacolare”, stringe le spalle Delia, 60 anni, viene da Baveno a trovare la sorella. “Sei vicino alla Svizzera, alla Francia, quando c’è il sole e il cielo terso vedi sette laghi, il Monte Rosa, tutta la Pianura Padana”. Domenica era tutto perfetto, tutto intatto. Anche il cavo di traino doveva essere intatto. Anche quello di emergenza che corre sotto. Ma quando il primo si è spezzato, il sistema di sicurezza è andato in tilt. Buio. Nella foto di famiglia Eitan Moshe sorride davanti al padre. Accanto c’è mamma Tal. Tom no, non era ancora nato. Non ha fatto nemmeno in tempo a vedere un po’ di mondo.

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