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G7, la sfida delle democrazie

La Republica News
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Joe Biden ha un disegno chiaro: è convinto che l’alleanza fra le democrazie occidentali, con i loro valori comuni, sia ancora un vantaggio strategico per gli Stati Uniti. Tanto più di fronte allo sfidante illiberale del secolo, la Cina, che non può contare su un sistema di alleanze. Di conseguenza, Biden sostiene in modo esplicito che l’America ha tutto l’interesse a guidare un Occidente ritrovato: la partnership con la Gran Bretagna post-Brexit, sigillata ieri, dovrà combinarsi a un accordo con l’Europa su un’agenda globale, secondo linee che saranno discusse a Bruxelles, alla Nato e all’Ue, la prossima settimana.

Anche il più “atlantico” dei presidenti americani, infatti, non ritiene che l’alleanza fra Stati Uniti ed Europa possa fondarsi sulla pura eredità del passato. Biden, come Trump, è mosso comunque da priorità interne e vede nella Cina la principale questione di sicurezza globale. Dove e come può servire l’Europa? Washington propone nei fatti un nuovo scambio transatlantico, che ha questi contorni: la Nato, con il sostegno americano, continuerà a garantire la sicurezza europea, anzitutto la deterrenza nei confronti della Russia; da parte loro, gli europei dovranno sostenere gli Stati Uniti nel confronto con la Cina, in termini diplomatici ed economici. Se lo scambio è questo, l’Europa non potrà restare neutrale di fronte alla competizione Usa-Cina senza pagare un prezzo notevole sul fronte transatlantico. La domanda allora diventa: è uno scambio che all’Europa conviene e che l’Ue è pronta ad accettare?

In teoria, l’Europa potrebbe decidere che le conviene muoversi su una linea più indipendente. Negli anni in cui Trump metteva in discussione la garanzia di sicurezza americana, l’Europa rilanciava l’idea della propria “autonomia strategica”, mirata a ridurre la dipendenza e vulnerabilità del Vecchio Continente dall’esterno: non solo nella sicurezza in senso stretto ma in settori strategici dell’economia. Tuttavia, il dibattito sull’autonomia strategica, per ciò che riguarda sicurezza e difesa, ha sempre visto posizioni diverse fra i paesi membri dell’Ue: per la Polonia, la relazione con gli Stati Uniti continua a restare l’unica vera garanzia di difesa; per la Germania o l’Italia atlantismo ed europeismo devono combinarsi; per la Francia, l’autonomia strategica europea è soprattutto una proiezione della potenza nazionale. Data l’importanza di queste differenze, non appena Joe Biden ha aperto le braccia all’Europa, le ambizioni europee si sono fermate. E l’impressione resta sempre la stessa: per una ragione o per l’altra, gli europei non riescono a fidarsi completamente di se stessi.

Ancora in teoria, gli europei avrebbero il potenziale per difendersi: gli alleati europei della Nato, se aggreghiamo i bilanci della difesa nazionale, spendono oggi ben più della Russia, che è considerata la minaccia principale e che ha un Pil comparabile a quello della Spagna. Il problema è che la spesa militare europea non si traduce in una difesa credibile: prevalgono le duplicazioni fra capacità nazionali, rimane la frammentazione industriale (fra l’altro, il nuovo Fondo europeo di difesa è stato una vittima collaterale del Covid) e non c’è accordo su come eventualmente “europeizzare” il deterrente nucleare francese. Conclusione: non esiste, per ora o in uno scenario a breve termine, una difesa europea credibile fuori dalla Nato. La conseguenza è che un disimpegno militare degli Stati Uniti in Europa produrrebbe un riavvicinamento alla Russia, spaccando non solo l’Atlantico ma anche l’Ue.

Se la realtà è questa, l’Europa non può che prendere sul serio il nuovo accordo transatlantico proposto da Washington, assumendo anzitutto una posizione più coerente su come gestire la questione Cina. È evidente che l’Ue, Germania e Italia in modo particolare, hanno legittimi interessi commerciali in gioco e vorranno salvaguardarli. Ma sul controllo di tecnologie strategiche per la sicurezza (in cui rientra il famoso 5G); sul monitoraggio degli investimenti esteri in infrastrutture critiche, sugli sviluppi cyber, la politica europea dovrà diventare più convincente e coesa. Cosa che in parte sta avvenendo; ma con varie esitazioni e eccezioni ( fino al caso limite dell’Ungheria di Orbán).

Lo scambio transatlantico a cui guarda la Casa Bianca ha un secondo corollario. Gli Stati Uniti resteranno impegnati nella difesa continentale; ma vedremo comunque un ripiegamento americano sul fianco Sud della Nato, nel Mediterraneo. La conseguenza è che l’Ue, seppure con l’appoggio Nato, dovrà assumere responsabilità più dirette, anche militari, nella gestione delle crisi ai confini meridionali dell’Europa. Si profila una divisione geografica dei compiti, che rende ancora più necessaria un’intesa intra-europea, fra Roma e Parigi anzitutto, su come affrontare scenari molto delicati, a cominciare dall’instabilità della Libia e dal nodo Turchia.
Come si vede, il vecchio amico americano ha molto da dare ma anche molto da chiedere. L’Europa dovrà rispondere, sapendo che il passato è passato, il futuro è alquanto incerto (cosa succederà a Washington fra quattro anni?) ma l’Ue non è ancora pronta, per usare la formula utilizzata da Angela Merkel un paio di anni fa, a prendere in mano il proprio destino.



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